Ancora cosa? Appunti sui “Tormenti della cattività”

di Irene Santori

Non è una raccolta delle ceneri Tormenti della cattività di Antonio Riccardi, se si chiude – in tutti i sensi – nel cenotafio: tomba vuota, luogo del vuoto. Non urna, dunque, che è capienza del residuo, raccoglimento, o meglio ancora, raccolto di una semenza trapassata, bensì monumento, ripetiamo, vuoto. Ma il vuoto non è tutto. La cenere c’è, resta ancora, come tormente e tormenti, fuori da ogni possibile cattura, o cattività.

Parola plurima cattività: sa di bestialità stipata nel quadro, nel perimetro domestico. Ma prima ancora sa di esilio, e però allude al ritorno, sa di una progenie deportata che fa ritorno nella terra dei padri e ricostruisce un Tempio. Sa dunque di una disseminazione che si riaccorpa in un luogo perimetrato, amato, e poi, ancora, distrutto. Sicché rimane solo la dispersione, la polverizzazione attorno al non-luogo del vuoto.

Bestia, padri, figli coi nomi dei padri, amore, polverizzazione, e siamo già nel cuore del testo di Riccardi.

La bestia. Sin dall’inizio, sin dal primo componimento della raccolta, essa ha un volto, le fattezze della scimmia – o cosa? – che occhieggia strabicamente dietro al compianto nella Deposizione di Sansepolcro di Rosso Fiorentino. Piccolo particolare, o dovremmo dire piuttosto coincidenza: Rosso la dipinse che aveva negli occhi la devastazione del Sacco di Roma, da cui era fuggito. Ancora: dispersione, quando viene giù tutto, a Roma come a Gerusalemme.

Anche la bestia fa ritorno, alla fine: la scimmia dell’ultimo verso. Nel mezzo sta tutto il vociare, vociferare dell’autore e di tutti i suoi revenants.

I padri. A legarci a chi se n’è andato rimane il filamento dell’omonimia, il nome proprio, Antonio. Esso stesso non-luogo, se anche nell’omonimia si gioca il testacoda dell’appartenenza e dell’espropriazione, l’enigma dell’inizio e della fine (come nelle rane, lo sviluppo delle membra a spese della coda). L’omonimia dice la possibilità di risalire a ritroso – ancora, fare ritorno – dalla coda alla testa, lungo un asse identitario, verso un’origine sempre più diafana che via via si disfa. Ma contestualmente espropria il nome proprio della proprietà. Chiamarsi Antonio dice la secondarietà, la terzietà e il tutt’altro della prima persona. Chiamarsi Antonio significa venire dopo, stare sempre dietro il deposto, come la bestia di Rosso.

Amore. Luogo amato il podere di Cattabiano. Podere-potere? Nemmeno. Anche qui il posto, come il posto di lavoro – e come il nome – è Altro, lo diceva anche Sereni. Anche qui c’è stata la Prima Guerra, un Sacco, la fine di un Ri-nascimento nel cimitero di Cattabiano; tre fagiani vi si aggirano, giovani però, non ancora pronti per volare. E tre sono i fratelli davanti casa, su un masso crivellato di fossili, nel 1918, nella – terribile – foto del ritorno.

Luogo amato è il suo corpo nudo, nelle poesie scritte per lei, che brucia e bruciava davanti alle devozioni di lui, il Minotauro. Parola ricorrente, questa, che sembrerebbe stranamente irrorare questa galleria di penombre e polveri, se immediatamente prima non fosse stata depotenziata – deposta – nell’immagine del toro sacrificale, con una gemma nel rene. Anche lei, dunque, gemma incastonata in un corpo che va in fumo, in un’erotica dal tepore cinereo, che dice piuttosto quel che resta della combustione, e lo trattiene, ancora per un po’, a una temperatura corporea costante.

Respice finem, è il monito che rintocca per cinque volte in chiusura di questa impossibile raccolta delle ceneri – o cosa? –, graficamente restituito come basamento del cenotafio, monumento della sua e nostra eterobiografia, nostro Sacco vuoto, e filo Rosso.

Foto di Dino Ignani, da garzanti.it

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