Ana Luísa Amaral, “What’s in a name”, Crocetti

di Edoardo Sant’Elia

“Mi chiedo: cosa c’è in un nome?”. Si interroga, Ana Luísa Amaral, e fornisce delle risposte, che tuttavia contano meno della domanda – non retorica – posta in apertura del suo libro, What’s in a name, curato da Livia Apa.

   Tanti i significati contenuti in un nome, ma tante anche le cose che ci circondano, che ci appartengono, che desideriamo. La poetessa e studiosa portoghese non stila tra loro alcuna classifica, non le incasella: si limita a porle in circolo, ad evocarle sapendo che svaniranno immediatamente, queste cose, appena dette, appena messe in pagina, dove vivranno una vita seconda e parallela in attesa di essere nuovamente ridette, nuovamente immaginate. Non si tratta di un circolo vizioso: piuttosto di un accumulo visionario che prescinde dai specifici contesti, dalle dimensioni, mettendo in moto una scrittura “che preserverà la memoria dell’astragalo, / questo piccolo osso con nome d’universo, / vicino al calcagno” o si accosterà con umile meraviglia al pianeta-cipolla, “quasi forma di stella, / rotonda, ma più pura, / perché senza centro preciso”. Tutto si moltiplica, si trasfigura, diviene altro pur rimanendo sé stesso; e in parallelo si infittiscono le domande: la vicina di casa che ha perso il figlio in un incidente, “come fa lei a guardare il sole, / dopo essersi svegliata nella sua stanza, / dopo aver aperto la finestra su una strada stretta, / a salutarmi e sorridermi”.

   Sembra arrendersi, la poetessa, all’implacabile flusso della vita, ma è una resa patteggiata, senza menzogne accomodanti, che implica sussulti e, come sempre, domande problematiche suggerite dalle cose stesse, dal loro nudo involucro, che può rivelarsi quell’unica volta banale: “Oggi, le pietre sono pietre / e le strade sono strade / senza nessuna maschera. / E anche i segni nudi / delle gomme / non mi suggeriscono niente”; o può, viceversa, aprire interi squarci, angoli diversi da cui osservare il mondo, come la fotografia della trisnonna negra: “i suoi capelli bianchi ricci / (piccolissimi occhi di uccello tropicale), / una pelle molto liscia che le invidio, io / che ne ho ereditato il nome, ma non la morbidezza / né il colore della pelle”. Le cose e le domande possono anche incatramarsi nel mito, nella storia, tuttavia battendo altre strade, formando altre trame, creando nuovi apparati di senso. Doveva proprio terminare a quel modo, l’Odissea? Forse no, dando voce al punto di vista di Penelope; il gran finale poteva essere apparecchiato in “Una casa / popolata con onde e profilo”, dove “Mancava Ulisse, / un telaio strappato / e la storia tutta raccontata al contrario: // un ciclope che ricama sul terrazzo, la guerra lunga, mai finita, / e lei felice con una guardia o uno schiavo / dolce e gentile in una stanza / del palazzo – // illuminando la vita”.

   Sì, poteva anche andare così. Il gioco resta sempre in bilico, tra volontà e desiderio. Un gioco che appartiene alla natura intrinseca della poesia, alla sua polivalenza, capace di assumere ogni forma, di là dai propositi: “Volevo una poesia di respirazione tesa / senza pudore. / Con l’eleganza rotonda delle donne barocche, / tutto il contrario dell’arbusto snello”. E invece? Invece altre domande, che non possono essere evitate, altre sensazioni che urgono, che vanno distillate, trascritte. Altro lavoro, faticoso e rapinoso assieme, la ricerca inesausta del ritmo, del nome giusto, rassegnandosi a subire – con pratica saggezza – gli sberleffi di una Musa dispettosa, che fa i propri comodi, “Che ride. E aspetta”.

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