Amor vincit omnia

di Gabriella Grande

“È andata” dice un amico poeta a Davide Rondoni e tutte le parole necessarie che seguono nell’analisi intensa, precisa, mordace dell’articolo, chiamano ogni lettore ad un grande senso di responsabilità e alla necessità di una personale elaborazione del nostro tempo e delle ragioni profonde che ci muovono. Ma, quando l’articolo si conclude e l’esclamazione di sconforto dell’amico poeta viene ripetuta, io ho improvvisamente paura di leggere ancora: “È andata!” riferito alla Poesia e non averne più paura.
Dove si accuccia la paura? Ovunque lo faccia, non deve balbettare la volontà di stanarla degli Amanti della Poesia di cui mi faccio immeritatamente portavoce.
Amante anch’io di quella Poesia autentica, che ci fa avere il coraggio di scendere nella crepa, di spezzarci, di farne il nostro numero civico, sebbene sia una culla punteggiata di mine, non trattengo il grido e lo scrivo: “Resta, anche se non so tenerti”.

Ce lo hanno insegnato Luzi e Ungaretti più degli altri: la poesia, come la vita autentica, è più forte di tutto, finanche di questa atrofia della declinazione emotiva, di questo macigno di irresolutezze che, ci racconta in modo graffiante Davide Rondoni e ci conferma Baumann in La società dell’incertezza: “costringe gli individui ad un frenetico sforzo di autoaffermazione e autoformazione” in cui “il tempo di vita [si frammenta] in episodi che non producono esiti durevoli” e conduce ad una falsa forma di liberazione e di emancipazione - la dipendenza dalle sensazioni - che rende schiavi di un intenso scambio con l’esterno in un processo di liofilizzazione che richiede una continua idratazione per trattenere la percezione di restare vivi. La sensazione non alfabetizzata è certamente un anestetico del sacro, dell’appercezione creativa del vivere, che riduce le persone alle due categorie a cui il poeta Rondoni fa riferimento: pubblico e consumatori, abitanti di una società del fast food in cui tutto quello che viene recepito deve poter avere un’alterata possibilità digestivo-metabolica, deve cioè poter essere utilizzato nella misura in cui è apparentemente utile e poi evacuato laddove diventa ferita, angoscia o risveglio, domanda soprattutto. Si è ridotta la possibilità di accedere alle proprie emozioni che vengono, per questo, banalizzate, frammentate, trasformate in una spettacolarizzazione che scuce il contatto con le proprie profondità. Provare emozioni si traduce, allora, in un fare disorientato, in una compulsione che spinge ad andare verso l’esterno “a bassa energia”, piuttosto che scendere nei personali abissi e rischiare.

Credo, per questo, anch’io che “la società dello spettacolo divori ogni terreno e soprattutto quello del tabù e del sacro”, come analizza Rondoni. Il sacro, come la Poesia, hanno la potente capacità di essere il graffio della domanda e della fame. Per sostenere entrambe è necessario aver imparato a mantenere il contatto con il vuoto, con il mistero del vuoto. Ma, per imparare, si ha bisogno di Maestri e questa, più di altre, dovrebbe essere, ma purtroppo non lo è, la funzione dell’educazione scolastica.
L’ora di letteratura, nelle scuole, dovrebbe saper nutrire lo stupore, la fiducia nello smarrimento, l’ascolto delle parole che colano da un dolore, la visione, il valore della fragilità, nostra radice ontologica.
Invece, su quei banchi, si affama, spesso, la vanità a cui fa riferimento ancora Rondoni, e con essa la necessità che la propria immagine, affinché possa essere reale, debba essere scenica, e quindi condivisa nel “mondo dei selfisti”, come lo definisce il prof. Stanghellini nel suo libro Selfie.
Sentirsi nello sguardo dell’altro, in cui si è in grado di sentire il proprio corpo, e fare esperienza del sé, solo quando si è oggetto dello sguardo altrui: “sono visto dunque sono”. In questo scenario deformato, però, la poesia non è “andata”, ma è la sentinella, nella notte, della verità. Heidegger definì il concetto di verità con il termine tedesco Lichtung che racconta di un passaggio che non è possibile fare da soli. La verità della parola poetica, nella notte, è più viva che mai, ma ci chiede fiducia, fiducia che resti, che non possa finire. Il segreto è trattenersi Amanti della parola poetica, “Noi che non fummo sconfitti solo perché continuammo a tentare”. (T. S. Eliot, Quattro quartetti) e chiederne ancora e ancora e in quell’ancora riempire il vuoto, che una parte della società sta costruendo, con il desiderio, piuttosto che esserne custodi e difensori.

“[…] Non lasciare che vada in cenere / il suo passo / e il dolore inchiodamelo dentro / come un bene". (Davide Rondoni, Adieu II)

“Dove i mattoni sono caduti / costruiremo con pietra nuova. / Dove le travi sono marcite / costruiremo con nuovo legname. / Dove le parole non sono pronunciate / costruiremo con nuovo linguaggio”. (T.S. Eliot, La rocca)

Perché la forza della poesia autentica è nel fatto di essere un amore invincibile.

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Un pensiero riguardo “Amor vincit omnia

  1. Messaggio da parte di Emilio:
    «Condivido alcune (parziali e non organiche, me ne scuso) riflessioni.
    Io credo che l’attuazione “totalitaria” del paradigma di riduzione di tutto a oggetto di consumo abbia mutato la natura stessa delle cose; perché ha plasmato, diffuso, inculcato e fatto tramandare (forse senza rimedio, come compimento di un destino) schemi di interpretazione del reale (forme, cioè, secondo cui si dà l’esperienza del Mondo) propri di quel paradigma. No way out, mi verrebbe da dire.
    Ad essere prima di tutto “andato”, così mi pare, è il Cosmo (quello che nessuno degli dei o degli uomini fece…), ovvero l’Ordine che istituisce lo spazio del Sacro (le maiuscole sono qui d’obbligo). Il Sacro, come esperienza di Verità e non di esattezza, ha a che fare con la nostra “relatività” rispetto a qualcosa di “più grande”, di “antecedente”, che “ci stabilisce” (e posiziona). Occorre essere “docili” (e “sinceramente” smarriti) per cogliere tutto ciò.
    Il Cosmo è stato “fatto fuori” ed è stato sostituito con un “altro ordine” (a cui si associa un “altro sacro”): quello, appunto, del paradigma di riduzione di tutto a oggetto di consumo (qui ci si dovrebbe forse domandare: perché il Cosmo “si è lasciato” sostituire “tanto facilmente”?…).
    Con il Cosmo s’è progressivamente assentato tutto ciò che del Cosmo aveva il respiro. Poesia inclusa? E le molte, moltissime (diffusissime, di più) “belle parole” (finanche “innegabilmente belle” parole) che oggi si scrivono cosa sono?
    [Ad “autentico” io preferisco, quando penso alla Poesia, l’aggettivo “cosmico” e vi associo la poverissima umiltà di un impavido sguardo.]
    L’ordine che il paradigma di riduzione di tutto a oggetto di consumo ha istituito è geometria – costitutiva e vincolante – di (quasi) ogni spazio di esercizio dell’odierno agire umano: negli spazi di dominio della “mercificazione di tutto” l’agire si apre (dal principio!) ed è condotto secondo regole di affermazione del vendibile/consumabile (banale collocazione del prodotto in una piazza commerciale). I “modi” per affermare il vendibile/consumabile sono molteplici e sempre “sorprendenti”.
    “Sono visto, dunque sono”: indubbiamente. Noi stessi, ragazzi e adulti, ci percepiamo secondo il modello di riferimento del consumo: come prodotto “da esporre”. Si tratta di “vanità”? Sì, ma come forma di privazione: come schiavitù dell’essere vuoti (“vani”) e senza corpo se non attraverso la materializzazione che la mercificazione e l’esposizione sul mercato operano attraverso proprie regole.
    La società dello spettacolo, anche amplificando ed esasperando costitutive inclinazioni umane, s’è perlopiù fatta declinazione violenta, estrema, dilatata e permeante del medesimo paradigma di riduzione di tutto a oggetto di consumo.
    Non credo che la società dello spettacolo intenda appropriarsi della Poesia come forma di “legittimazione”; ha, piuttosto, trasformato (con un “banale” moto di peristalsi del proprio tubo digestivo) la Poesia nell'”ulteriore” prodotto/formula “stuzzicante”, in quel “che ancora mancava” (come voce nel catalogo). Nulla deve sfuggire alla rete della/di vendita (la totalità dell’ente è il pescabile/vendibile…).
    Non so se la bellezza (amore?) salverà il mondo».

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