L’equilibrio tra parola e immagine

di Dario Pontuale

Alessio Romano, Roger Angeles, Bukowski, Liscianilibri

Accade spesso, sempre più spesso, che un “giovane lettore” smetta di essere “lettore” appena scopre che leggere richiede fatica. Perde il contatto con il libro quando si capacita che non c’è più nessuno disposto a leggere per lui e, se vuole, deve arrangiarsi da solo. Un passaggio inevitabile dell’età nel quale sempre più aspiranti lettori, si incagliano e mestamente affondano. Affonda, soprattutto, la generazione dell’immagine che, oggigiorno, è quasi l’intero blocco di lettori. Un gruppo vasto e variegato, per il quale il contatto visivo appare un elemento indispensabile per mantenere alta la soglia di attenzione o partecipativa. È ormai un dato congenito, inevitabile, generazionale appunto. Quando si palesano testi zeppi di caratteri, righe fitte, pagine affollate di frasi, l’attenzione cola a picco o finisce lentamente alla deriva. Trovarsi costretti a leggere per seguire una trama è uno scatto non così scontato, un meccanismo non così automatico, bisogna ammetterlo. L’immaginario personale e collettivo, inevitabilmente, ne risente. Di certo questo è un argomento vasto che meriterebbe maggiore disamina o analisi di più esperti studiosi, non c’è dubbio, ma in soccorso a un simile oggettivo dissesto, intervengono le graphic novel. Una forma narrativa che abbraccia l’antica arte dell’illustrazione e con fiera convinzione cambia un poco le leggi dell’editoria, riprendendone di vecchie. Il testo lascia maggiore campo al disegno, le parole si bilanciano con il tratto; la pagina diventa meno intimidatoria, gettando un ponte generazionale. Allena il giovane lettore a non perdersi, a diventare adulto, a confrontarsi in maniera più docile con il testo innescando un congegno letterario sempre più raffinato, pronto a sperimentazioni potenzialmente illimitate. Un settore, quello dei libri illustrati, popolato non soltanto da giovani lettori, ma anche da adulti provenienti spesso dal sempre denigrato mondo del fumetto, da un universo banalmente considerato inferiore. Le graphic novel stanno accumulando consapevolezza, attirando l’attenzione del pubblico e dei librai, soprattutto perché capaci di contaminazioni. Uniscono disegnatori, sceneggiatori, scrittori, artisti e professionalità varie; innalzando il livello qualitativo, la potenza stilistica, la resa grafica, l’efficacia. Hanno risposto al gusto dei tempi, trovando dove molti si erano arresi, ridisegnato romanzi, autori, fatti storici, catalizzandosi spesso sulle biografie. Un genere, quest’ultimo, dalle alterne fortune editoriali, ma affidabile soprattutto sapendo scegliere un buon personaggio. Quello sciatto beone di Henry Charles Bukowski è senza dubbio un buon personaggio. Come potrebbe non esserlo dopo aver trascorso una vita tra sbronze, donne, scommesse, risse, bar e hotel malfamati? Uno scrittore disincantato eppure romantico, sporcaccione eppure verginale, iracondo eppure addomesticabile. Il vecchio Hank, insomma, il contestatore, il polemista, il dissacrante, l’indecente che non si vergogna di nulla. Uno scrittore diventato famoso per volontà, ma che ha paura del pubblico, infatti, non affronta la platea da sobrio, si aggrappa alla bottiglia e procede. È sboccato con tutti, non rispetta nessuno, nemmeno il proprio fegato. Ha vissuto nei vicoli, rovistato nella spazzatura, conosciuto la strada quella vera, quella che incute paura. Frequenta prostituite e disadattati, qualche notte la passa in gattabuia, altre poggiato ai banconi, altre ancore sulle banchine delle stazioni. Svolge i lavori più improbabili, accetta tutto con uno stile che lo rende unico. Gli bastano qualche dollaro in tasca per pagarsi alcol, fogli e francobolli e il resto non importa, sa farne a meno. La vita ha poche regole per lui, essenziale è sopravvivere. Non teme la morte, ne parla come se l’aspettasse da un momento all’altro e per ingannare l’angoscia scrive, scrive e scrive senza fermarsi mai. I racconti che idea li spedisce a tutte le riviste letterarie sul suolo statunitense, riceve decine di rifiuti ma non si arrende, anzi, spende inchiostro con più rabbia e tenacia. Infine, quando meno se l’aspetta, la ruota gira, qualcuno si accorge di lui e in poco tempo l’America e l’Europa lo osannano. Non sembra molto interessare la fama a uno che ha conosciuto la fame, per lui l’importante è scrivere, affidare l’anima alla macchina da scrivere. Il vecchio Hank è così. Con i primi guadagni compra una casetta in un sobborgo di Los Angeles e ci vive in mezzo ai gatti e alle lattine consumate, non prende nulla sul serio, almeno sembra. Bukowski, con o senza successo, resta Bukowski, l’incorreggibile. S’inventa anche un alter ego, uno pseudonimo: Chinaski e lo elegge protagonista dei suoi romanzi. Romanzi che non sono altro che la vita di Bukowski cambiata di nome, un’esistenza provata sulla pelle, messa in prosa o in versi. Si defila dalla beat generation senza rinnegarla, trasandato e avvolto dal fumo di sigaretta, veste uno stile che lo rende icona, simbolo prediletto dell’anticonformismo. Bukowski è così, prendere o lasciare.

Raccontare una biografia simile è facile, coglierne i passaggi nodali assai meno, affrescarla in disegno ancora più complesso. In simile intento sono riusciti lo scrittore Alessio Romano e l’artista Roger Angeles, per una graphic novel intitolata: Bukowski, appunto, edita recentemente da Liscianilibri. Il tratto di Angeles regala forma alla faccia butterata e disincantata del vecchio Hank, gioca tra le tonalità del giallo e del blu, porta a galla la coscienza dello scrittore americano. Disegno accurato, mai casuale, i dettagli offrono angolazioni inattese, preparano atmosfere oniriche e al contempo realistiche. Il testo, la sceneggiatura, la scrittura sono curate invece da Alessio Romano, che estrapola dalle vertiginose peripezie bukowskiane il filo rosso dell’essenza, sceglie le parole che meglio rimano con la scorza dura del poeta, le espressioni che bene accompagnano il lettore dentro la storia di una storia. Romano e Angeles capiscono con giusta misura l’essenza primaria di uno scrittore celebrato oltremodo, ma anche vilipeso. Fondendo la matita con la penna, trovano la chiave per descrivere la parte più vera e indocile di un autore contraddittorio, riuscendo in un compito affatto scontato: dargli nuova linfa. Un risultato ottenuto mantenendo il giusto equilibrio tra testo e immagine, senza mai stravolgere, manipolare, strumentalizzare. Un lavoro che gira pagina, anzi, la cambia senza ledere né l’effetto letterario né quello biografico. Un risultato tipografico curato, un traguardo editoriale accattivante che trova giusto equilibrio tra immagine e parola, rispettando l’intima essenza della forma tanto quanto della sostanza.

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