Il bianco. E Niero

note di Davide Rondoni

su Alessandro Niero, Residenza fittizia, Marcos y Marcos 2019

Ci sono professori che si credono poeti perché sono pieni di letteratura. Molti di loro hanno quel che anche Niero ha e dimostra in questo libro: una indubbia perizia di scrittura, una sorta di ironia solo in parte dissimulata verso la letteratura, un understatement che nasconde una scorciatoia per evitare di confrontarsi con i Poeti che spesso insegnano e muovono il cuore dei ragazzi. Molti hanno queste cose e anche Niero le ha, ma Niero ha una cosa che molti non hanno. E che rende questo libro di poesie veramente interessante. C'è qui un testacoda metafisico, una vana fuga nella coltivazione del "cuore semispento", come se lo "sfrondo" (parola chiave della raccolta insieme al suo verbo sfondare, segno del passaggio del tempo da gioventù a maturità sistemata e dell'habitus mentale che ne consegue di disillusione) coincidesse davvero con una "vita rasoterra", con una autentica umiliazione dell'io (come nella bella poesia "allo specchio") - insomma con una conquistata, pacificata, coscienza d'essere solo uno "stecco ambulante".  Eppure, ecco il testacoda,  quello stecco non è che una parodia, non credo involontaria, della "canna" di pascaliana memoria, non riesce a non essere un richiamo alla vita dell'uomo biblicamente inteso come filo d'erba, insomma, una concezione del minimo, del transeunte, dell'apparente irrilevante (ma se fosse tale perché scriverne? Perché i poeti, perché le università?) che si costituisce come tale solo in presenza di una vastità, di un assoluto, ovvero in presenza di una esperienza per quanto dissimulata di "sproporzione" religiosa. In Niero - come in Pascal - tale assoluto è trascendente. Intendo dire che la forza anche icastica di certe immagini (memorabile la bambina di "perdere il bus") e che il brivido o la tensione (ungarettiana, diciamolo questo aggettivo che parrebbe bestemmia per una poesia che forse cerca altrove le sue linfe) per cui i testi sono abitati da ripetizioni, da incantamenti che non sono solo segni fonici e lessicali, ecco, quella forza e brivido e tensione, vengono da una cosa che l'Autore forse negherebbe o forse no, in una riuscita ambiguità: da una nostalgia, impetuosa, bastarda, da una irrefrenabile nostalgia dell'assoluto. Cioè del Grande Scomparso o meglio del Grande Occultato come se fosse una vergogna, una ferita, meglio, una indecenza se si parla di letteratura tra persone perbene, tra persone a modo, tra persone colte. Anche Fabio Pusterla, citando Brodskij e la sua metafisica "terra terra" sembra cogliere in parte questa natura del libro, poi vira verso una lettura che piega tutto a una presunta lettura della "ipocrisia del reale" (dare dell'ipocrita al reale è cosa che Pasolini non avrebbe sopportato) e verso una sorta di "dissolvimento dell'io" tanto generico quanto inesistente. Invece tutta l'architettura del libro vibra di senso dell'assoluto e di sua nostalgia e sorpresa, ne vibrano le singole particelle. Così che il "maledetto/ giorno" è una "particola", e vi sono "lectio della felicità" come dice la filologa Josephine in una delle poesie più belle del libro, e infine i molti anche ironici contrattempi e deviazioni (come nei dialoghi con la figlia) provvedano a smontare la immagine di sé che l'Autore tende ad accreditare. Uno screditamento, uno sfrondamento che procede in più direzioni, senza consegnare nulla di pacifico. Fino alla sezione finale, che prende motivo da una nevicata per interrogarsi sul bianco...

E di questo bianco che attraversa la poesia novecentesca, dalla russa alla francese, sempre metaforizzandosi in origine e assoluto e sospensione della mente, visione o rapimento (insomma quel bianco di cui la geniale Maria Zambrano dice: "il professore di filosofia ci parlava dell'Essere ma io non capivo, poi lo vidi, era là, nel bianco dei dipinti di Zurbaràn") di tale bianco Niero dice, anzi al suo "segno" fa dire (come se parlassero insieme Dio, l'Essere, la pagina ancora non scritta): "io irrido/ e deturpo il mio ruolo./ Sono pericolo e suolo". Pericolo e suolo che sono la condizione del viaggio nostro, in una "residenza fittizia", perché, avrebbe detto Ungaretti (ancora), la terra promessa è altrove e Montale, dissentendo, avrebbe comunque borbottato che ogni immagine porta scritto "più in là"...

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