Alcune poesie di Giorgia Esposito

Introduzione di Davide Rondoni

Nella poesia di Giorgia Esposito vengono a tensione estrema tanti elementi del rischio della giovinezza. La sua voce sa nominarli con esattezza di visione e incanto senza luce, con una sorta di ferialità dell'abisso che rende la sua ricerca poetica interessante e viva, mai letteraria. Una decifrata condizione della contemporaneità e dei suoi segnali - il desiderio che diviene "fastidio", un senso di irrisoluzione, la necessità di riposizionare il rapporto figlia/madre, il senso di un nontempo - fa di questa poesia di emozioni ferme e ripide una voce per guardare bene chi siamo e cosa stiamo diventando, a meno che una "somiglianza divina del nostro passo" non giunga a scombinare le cose, rompere le ipocondrie, riavviare il vento.

Scandagliare un prato e sdraiarsi
tra mazzi di trifogli recisi,
tremare al ronzio della mosca,
sondare il terreno bagnato. Hai scelto.

Se il traguardo è la macchia più scura,
il parametro è l'incompiutezza.
La contesa tra il nero ed il bianco
non ti riguarda:
batti l'asfalto, ascolta la voce.

Non è dal cognome che ti devi affrancare.

Marta, la tua è una forma di schizofrenia,
una distorsione della mente: tu
vuoi essere immensa.
Non prendere d'esempio il cielo
se non vuoi piangere di tutto.
Sarai la feritoia da cui scocca la luce.

“Volevo dire a mia madre”, parte I

Non avevamo altra scelta:
chiudere la porta, cambiare
case e serrature; tutto recava il segno
del necessario e del provvisorio.
"Hai reso l'abitudine precaria."
Le accuse si alternavano a follie
d'attaccamento: "sei tutto quello che ho
e sei la ragione per cui ho perso il resto."
Non solo un’alleanza sanguigna
o un gioco di posizione,
noi ci siamo congiunte nel distacco
di un padre;
e tu ne avevi coscienza:
“vedrai che saremo meno sole
da sole.”

Tutto si separa nella giusta direzione.

Parte II

È forse un caso se siamo ancora vive
mentre l'uomo setacciava ogni mossa,
è un caso – come il rombo della creazione,
come il padre che non abbiamo scelto,
il marito che ti è capitato. Fuori esplodeva
il sessantotto, ma tu eri ancora invischiata
nella legge della progenie.
Adesso hai scelto la tua casa, il posto
sottratto.
Hai rinnegato il nome, ti sei fatta
libera.
Adesso – siamo entrambe figlie.
Il nostro grembo è lo scudo di ogni tempo,
ma di quel tempo – sulla pelle – la tua,
sento ancora il profumo di quando ero bambina.

I reazionari si originano sulla soglia del decesso,
non conosceranno albe.
L’unica epoca che imploro non soffre
del tempo: è luce bianca densissima.
Ti volti o ti imponi sul vuoto celeste,
ma in ogni caso non smetti
di piangere e compiangere
mettere al mondo bambini.

Sento fluire
il coro secolare
dei più, minoritari.

Ipocondria

Tra analgesici e lacrime,
la mia testa indecifrata
disperde l'eco nelle tempie,
non sento
niente.
Distendere i nervi sulla stoffa ruvida,
sostare impietrita tra la scrivania
e le lenzuola. Un male innominabile
si insinua tra la nuca e la curva
della schiena. Resterò irrisolta.

Mentre la sentenza si fa spazio,
guardo fuori - il cielo è immobile -
il corpo è in aperta ribellione.

Nell'intermittenza
l'assillo si rinnova
e ciò che è irrisolto resta tale.
Tutto gira intorno ad un grande
paradosso: "anche l'autentico richiede fatica"
e allora non farmi da specchio, non lo fare.
Non c'è controllo che il corpo non preceda:
"la voce non copre la mano che trema".

Il desiderio è fastidio,
e la verità del corpo
copre solo insidie silenziate:
non puoi toccarmi.
Smarginare oltre la solidità del pensiero,
librarsi sulle mura prima di abbatterle,
ridursi ad ossa, pelle e sangue:
la verità che non sappiamo dire.

“Joseph”, parte I

La macchina traballa nella curva a gomito,
è un attimo – posso quasi sentire
il sangue che cola – che assurdità
mi riscuoto – gli altri sono ancora lì,
le parole ruotano agli angoli delle bocche,
finalmene sei di nuovo lì che ridi e penso

se fosse questa l'ultima notte
riuscirei comunque a intravedere
la tua sagoma nel buio.

“Joseph”, parte II

Amico mio, so che io e te
siamo voce dello stesso canto
e confondiamo la pelle, le vene
di un legame senza nomenclatura.
A volte muovo gli oggetti della casa
che abiteremo; compongo il suono
del tuo rientro notturno.
Quando i contorni si sgretolano
nel controluce dei quartieri a nord est
e l'ombra si dirama incerta
e deforma e scava cunicoli
tra le palpebre e la fronte,
io non posso che pensare
alla somiglianza divina del nostro passo.

Vorrei dirti della tensione
che mi incurva le spalle,
del passo sgraziato, il dissidio
delle mani che tremano
incrociate.
Di questa smania ansiosa
resteranno unghie e denti
rinsaldati da prese e squarci
improvvisi.
Anche il contatto è provvisorio
ed entrambi torneremo
alle antiche posizioni.
Scegliersi è accettare la distanza
dei corpi separati negli anni
fino all'imbocco capitale
in cui ci siamo allineati.

Come un cane senza fiuto
mi aggancio ai residui sensoriali:
il rombo degli stormi,
la resina dei pini.
C'è come una meccanica dell'attesa,
il riproporsi indefinito
di sensazioni cabalistiche.
L'arresto dell'ingranaggio
è parte stessa del sistema:
un estro di corpi balsamici e longilinei
marcia tra gli abbagli notturni:
è il desiderio che si incunea.

Una voce guasta
sibila due tre parole ricorrenti,
ma io non riconosco e non vedo
che una bocca tremula
tra due guance emaciate e smunte.
Portiamo a lungo le impronte
della premessa, l'impatto
tra un oblio di dati e di nomi;
e a lungo ne paghiamo le spese
e le recriminazioni dell'errore.
Della trama resta
un verbo incerto,
e quando il patto è sciolto
ad addensarsi è la colpa:
puoi quasi ingoiarla,
rinnegare e procedere,
impegnare la mente in nuovi discorsi.
L'innocenza è dei morti.

Giorgia Esposito è nata a Napoli il 19 settembre del 1995.
È laureanda in Lettere Moderne presso l'Università degli studi di Napoli Federico II. Tra il 2015 e il 2016 ha collaborato in veste di cronista con alcuni quotidiani online (LP, XXI secolo, Miglio News). Attualmente cura l'editing della piattaforma online "Il Simposio della Poesia".

Lascia un commento