Albino Pierro, Petrarca tra i calanchi

Il 19 novembre del 1916 – si è celebrato poche settimane fa il suo centenario – nasceva a Tursi, in provincia di Matera, il poeta Albino Pierro, tra i maggiori poeti dialettali del ‘900, il secolo felice della poesia italiana non in italiano (tra i tanti, basti citare Giotti, Marin, Pasolini, Dell’Arco, Bertolani, Zanzotto, Calzavara, Baldini, Loi). A partire dalla fine del secolo scorso, purtroppo, la poesia dialettale ha subito un brusco arresto, quasi un’eutanasia per senso di vergogna rispetto a una modernità che ha imposto un italiano medio standard privo di particolarismi regionali, che pure hanno arricchito da sempre (dai siciliani del ‘200 sino a Gadda e D’Arrigo) la lingua italiana, che senza questi apporti “particulari” si è di molto impoverita.

La prima raccolta pubblicata da Pierro fu “Liriche”, del 1946; questa silloge, come le cinque seguenti (fino al 1960), raccoglieva poesie scritte in lingua italiana. Poi, nel 1960, a quarantatré anni, ci fu la “svolta dialettale”. 

Nel 1992 il poeta confessò al critico Giuseppe Appella: “Il 23 settembre del 1959, a Roma, di ritorno dalla Lucania, avvertii il bisogno di esprimermi in tursitano. Ero partito da Tursi prima del previsto e la partenza, ingenerando in me un senso quasi angoscioso del distacco, mi aveva turbato”. 

Da quel momento in poi Pierro avrebbe solo scritto nel dialetto di Tursi, una lingua orale mai prima codificata e che suscitò l’interesse di filologi del calibro di Gianfranco Contini, al quale si deve la folgorante definizione della lingua pierriana quale “neolatino addirittura protostorico della più isolata Basilicata” (oltre a Contini si occuparono della sua opera Folena, Giachery, De Mauro, Zambon, Mauro, Brevini e tanti altri). Dunque nell’arco di appena quindici anni, dal 1960 al 1975, Pierro pubblicò i suoi libri più importanti: “‘A terra d’u ricorde” (1960), “Metaponte” (1960), “I

nnammurète” (1963), “Nd’u piccicarelle di Turse” (1967), “Eccò ‘a morte?” (1969), “Famme dorme” (1971), “Cartelle a lu sòue” (1973) e “Com’agghi’ ‘a fè” (1975).

A segnare l’esistenza di Pierro furono principalmente tre nuclei traumatici: la morte della madre Margherita Ottomanno quando il poeta era ancora in fasce; una grave malattia agli occhi che da piccolo lo costringeva spesso al buio; e, infine, l’emigrazione a Roma (dopo essere stato a Taranto, Sulmona, Novara e Udine), che visse come città d’esilio, e dove esercitò la professione di docente di storia e filosofia senza quasi nessun contatto con le dinamiche sociali e culturali più avanzate del suo tempo. 

Pierro fu dunque poeta “puro”, aristocratico, tutto raccolto nel suo percorso letterario. Inoltre, il suo dialetto non aveva mai “impegni” socio-politici o mire rivendicative, come per esempio dare voce alle cosiddette classi subalterne; per rendere l’idea basti ricordare che il dialetto veniva usato nei paesi sia dai contadini che dai “nobili”: ecco, il dialetto di Pierro non era mai quello dei contadini, essendovi totalmente assente l’elemento corporale, satirico, carnascialesco, ovvero il linguaggio “basso”. In questo senso si può parlare di linea petrarchesca “alta”, anche se questa definizione può suonare come un ossimoro. 

L’unico grande tema che Pierro cantò fu la morte; e lo fece con una tale ossessività da renderla di straordinaria pregnanza psicanalitica. La sua poesia è per certi versi junghiana, cioè dominata più dagli archetipi che dal rimosso: la madre morta, il villaggio sepolto, la comunità sotterranea dei morti che continua a stare sopra ai vivi, il paradiso perduto. Qualcuno ha tentato di inquadrare storicamente l’Eden di Pierro, ma l’operazione è riuscita vana, perché la nostalgia regressiva di Pierro è un’estrema pulsione onirica, come un’intuizione ipnotica che la verità è a ritroso, in un punto luminoso ed eterno dell’infanzia del mondo. Dunque la

Tursi concreta c’entra poco, essendo soltanto il piccolo teatro sperduto di un’intuizione lirica di portata universale.

La poesia più conosciuta e suggestiva di Pierro è senz’altro “I’ nnammurète” (“Gli innamorati”). Due ragazzi nella notte che si guardano in silenzio, senza fiatare, e che “avìne arrivète a lu punte juste” (“erano arrivati al punto giusto”). Ma che non fanno niente perché imbambolati dalla consapevolezza “ca dopp ‘u foche ièssene i lavine / d’ ‘a cìnnere e ca i pacce / si grìrene tropp’assèie / lle nghiùrene cchi ssèmpre addù nisciune / ci trasèrete mèie” (che dopo il fuoco escono torrenti / di cenere e che i pazzi / se gridano troppo / li chiudono per sempre dove nessuno / vi entrerebbe mai”). In questa poesia, come in tante altre, compare anche la parola “scannìje” (angosce), che dimostra la natura aristocratica della poesia di Pierro, conoscendolo il dialetto del popolo soltanto le parole “dolore” e “morte”, senza sfumature linguistiche intermedie.    

L’intera opera del poeta di Tursi è raccolta in “Tutte le poesie” (Salerno editrice) pubblicata in due tomi nel 2012 per la cura di Pasquale Stoppelli. Nel 1986 e nel 1988 Albino Pierro fu a un passo dal vincere il premio Nobel per la letteratura. Morì a Roma il 23 marzo del 1995.

Andrea Di Consoli 

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