Nel grande abbandono il sospetto di Ángeles Mora

di Davide Rondoni

Ángeles Mora, Casa dell'acqua, a cura di Valentina Colonna, AnimaMundi, 2023

Il tempo è materia dei poeti. Lavorano sul ritmo e la parola, indagano nelle pieghe della loro vita il senso, se c'è un senso, del tempo. Lo sanno i grandi poeti, da Eliot a Ungaretti a Luzi. Se non affrontasse le "questioni" di cosa sia la natura e cosa il tempo, in epoche e con stili diversi, la poesia come spesso desolatamente vediamo si ridurrebbe a piccolo narcisismo di parole, a contributo secondario rispetto a psicoterapie varie o a sociologie. I poeti lavorano con la parola e il tempo, la loro biografia è il campo di ricerca, non l'oggetto del lavoro. In tal senso, "Casa dell'acqua" è un segno di salute della poesia. Si tratta di un'ottima antologia dall'opera di una validissima e pluripremiata poetessa spagnola, Ángeles Mora, voluta, curata e tradotta da Valentina Colonna, poetessa, musicista e studiosa di linguistica che da anni vive anche in Spagna. E meritoriamente proposta in una collana firmata da Franca Mancinelli e Rossana Abis dalle vivacissime e profonde edizioni Anima Mundi che da Otranto continuano a illuminare la poesia italiana ben più di quanto facciano stampatori sabaudi e lombardi.
Ho sottolineato molte poesie e molti versi in questo viaggio nelle raccolte di Àngeles Mora. Le lunghe evidenze dell'inverno, gli alberi controsole come navi sperdute, il rumore di fondo del vivere, i sorrisi che scrivono e cancellano, le apparizioni di Chopin, Brahms, e tanti poeti citati in esergo... È un viaggio segnato da abbandono e sospensione, in un tentativo sempre mal riuscito di accontentarsi ("la vita è solamente trasformare la vita") mentre sorgono invece immagini fedeli come la prima della madre, un amante che si vorrebbe sempre raggiunto dal taxi, e mentre la bellezza di Brahms che "strappa via il cuore/ della bellezza" mentre invece non si vorrebbe aspettare miracoli... La poesia se non la biografia di Àngeles Mora pare doversi arrendere a un sospetto, per così dire. Quello che le sale immaginando Chopin al pianoforte:

"Chi può assicurarci che pestiamo la terra
e non sogniamo la scia di una stella,
che queste dita ferite sul pianoforte
non sono azzurri lampi del tempo,
splendore dell'infinito

[...]

Chi dice che un notturno non regna sul freddo,
che non vince la luce la tenebra"

Non è un caso che la pianista e poetessa barocca Valentina Colonna si sia immersa nell'opera di questa valorosa poetessa spagnola, dove contano certo - lo mette in luce la loro bella conversazione finale nel libro - elementi biografici e la luce di Granada, e l'Andalusia e Lorca e cose letture. Dove la poesia non è mai filosofica ma visione del quotidiano, tra case dove regna un "disordine arreso" di una "solitudine della casalinga", tra ricordi di gesti del padre e estati di giochi dove una ragazzina cercava "il coraggio nelle braccia della paura". Ma dove conta specialmente una sorta di allarme continuo. Come se la poesia provvedesse ad avvisare questa donna che sì, ok, le cose sono quelle che sono, i giorni, gli amori passano, ci sono abbandoni, anche la giovinezza abbandona, tutto vero, ma ci sono testacoda in agguato, controtempi minimi e barocchi, se non vuoi chiamarli miracoli, ci sono visioni, ci sono cose che si mostrano e indicano che forse la cosa chiamata oblio, o dimenticanza, cioè perdita, puro annullamento nel tempo, assomiglia in realtà a una notte d'amore.

"Un nuovo oblio, amore:
il tuo amore in questa notte"

La perdita dell'amore è la vera perdita della vita. L'antologia si chiude con una perentoria poesia dove si accusa questa esperienza, che è "moneta corrente".
E dunque come sostengo da tempo, in questa epoca che succede al grande Novecento della Inquietudine, la moneta corrente della poesia è l'Abbandono.
Molto andrebbe sondato e accolto per leggere i contorni di questo Abbandono, moneta corrente.
È questione che se non si legge unendo piano metafisico e psicologico a mio avviso non si intende e si riduce anzi a possibile vezzo, a esibizione autobiografica, cosa che appunto in Àngeles Mora non accade. Visitata come è dal demone barocco dell'inserzione dell'eterno nel tempo, occupazione da santi come diceva Eliot. E non paia esagerata questa parola. Esiste una santità della poesia come una idolatria della poesia. E l'esperienza dell'Abbandono è oggi entrata dalle altezze della teologia al frantumo dolceamaro delle biografie. Di questo occorre occuparsi, e nutrirsi e accendersi. Mettendo bene a fuoco di che si tratta e cosa indica. La voce libera, sincera, visionaria di Angeles Mora, importantissima poetessa spagnola, non a caso non appartiene a chi idolatra la poesia. Ma la vive, la offre, con una arte delicata e potente.
Nella sua traduzione, come rileva l'ottimo ispanista Matteo Lefèvre inneggiando al lavoro della Colonna, la poetessa musicista e linguista, riesce nel ricrearne la forza in italiano, donandoci un libro che entra tra i più autentici in circolazione.

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