La tenerezza ferita

A quale ritmo, per quale regnante di Riccardo Olivieri

 

di Valentino Fossati

ISTRUZIONI

 

A mio figlio Alberto

 

Scriviamo
lettere d’amore
come non sono mai state,
mai così serie nostre lettere amorose. Non
c’è altra formula per fare la Rivoluzione
che scrivere – ogni volta – lettere d’amore. E
ripeterle, mai stancarci. Perché
se abbiamo deciso che questo è
il momento, da questa notte da
questa penna nera non avremo più pace
che non scrivendo lettere d’amore.

Il libro di Riccardo Olivieri è notevole, toccante. Oltre a dare evidenza al proprio mondo, rappresenta non solo un’intera generazione, ma anche, in questo spaesamento epocale della memoria che investe luoghi, nomi, oggetti, nodi e identità famigliari (soprattutto la paternità), un pezzo della nostra storia.
Il gesto dello scrivere lettere d’amore come da un luogo vuoto e desolato, ricordando Ungaretti, diventa ragione del suo far poesia. Un figlio. Un padre. Più figli e padri (e madri) che si incontrano e si intrecciano. Un piccolo canzoniere dove l’essere figli e padri apre e sutura – provvisoriamente – ferite antiche, tenta di dare ragione all’oscurità (la colpa che si perpetua, la storia stessa…) coi bagliori della tenerezza e della memoria più privata, chiusa.
Ho messo in corsivo non a caso vista la struttura e, a mio avviso, il carattere intimo del libro.
Ho avuto modo tempo fa di scrivere su L’orfano, di Marco Pelliccioli. Una piccola notazione: nel libro di Pelliccioli sguardo e memoria sono pasoliniani. La memoria non vuole essere individuale, va oltre. Solo nella parte finale la nascita-irruzione del figlio spezza, precariamente quanto si vuole, simbolicamente, ma spezza la dannazione – annientamento, scomparsa, ingiustizia – che incombe su luoghi e destini rappresentati fino a quel momento. È apertura, sì, se non speranza. Se vogliamo anche apertura formale, di musica, di colore. Preludio. In A quale ritmo, per quale regnante questo, a mio avviso, sembra non avvenire, o meglio, sembra percorrere una direzione pressoché opposta. La presenza del figlio ‘apre’, la colpa vissuta come imperdonabile nei confronti del padre ‘chiude’ e in qualche modo sigilla (letteralmente) tutto il resto.

La cifra umana di Riccardo riflessa nell’intonazione e nel dettato, è data proprio dalla gentilezza, meglio, dalla tenerezza. Come modo di essere, di porsi, non solo in poesia. Tenerezza dello sguardo, del tatto. Persone, cose… Ma è tenerezza struggente, consapevole della minaccia; lo struggimento che fa percepire il destino (di uomo, di figlio, di padre), non come prossimità, ma come separazione. Taciuto, sospeso, ma inesorabile il distacco nello stesso sguardo.

Le righe che hai scritto su Alberto

                                                   all’uscita

(me le dicevi ieri sera

                   tra la veglia e il buio)

Sono fenomenali, una vera quiete

                                        a l’Universo

                                   che si ferma

e guarda te

                 una madre che stringe il bicchiere

                                    da un bar d’ospedale

 

e – per suo figlio

       ringrazia la luce

Olivieri scandaglia e rappresenta la propria intimità e la propria storia senza avere apparentemente la preoccupazione di darle carattere oggettivo. Riporta in luce, fotografa luoghi in cui la grazia di un ‘altro tempo’ si è dissolta senza rimedio (“Come mi mancate tutti / i noi del millennio finito,”)... Simulacri in una luce pallida, sempre in procinto di dileguarsi. La San Remo dell’infanzia e delle vacanze (“quel sogno si chiama Imperatrice”, stabilimento balneare di San Remo, tutti luoghi di forte emanazione materna, femminile). Certi scorci Torinesi poi, visti come attraverso un filtro ottico, appartenenti ad un mondo perduto… Il viaggio, le piccole epifanie, quasi in una luce mitica, sempre molto privata e assai gelosamente custodita… Il mondo crudele e logorante del lavoro (“Se chiudi gli occhi / tutto appare / come una folla / di artigli /all’attacco”… “Feroce Medioevo che ci assale, / di un sacerdote dell’oscuro / per tre ore, lo chiamano / staff meeting”…), l’irruzione dal profondo, ma non da , della nevrosi stessa.
Tutto gravita intorno al nucleo del presente famigliare, sin dalla dedica, individuato come fonte di coraggio, di resistenza alle ferite, alla ferita. Il rapporto col proprio figlio è di amore assoluto e fa da scudo, è autentica presenza salvifica; ma le radici dell’ombra, del dramma intimo leggibile in filigrana, sembrano annidarsi proprio nella stessa dinamica parentale, nello stesso groviglio.
Il poeta a sua volta figlio.
Un figlio che si percepisce irrisolto, manchevole di una stessa primaria identificazione con il proprio padre. Colpevole. L’ultima sezione Gran Paradiso (non a caso il titolo allude a una residenza per anziani, come si specifica in nota) è un po’ come se illuminasse e sommuovesse dal profondo tutto il libro.

Un giorno

Il figlio disse la parola fallito.

 

Il figlio piange.

In pochissimi tratti, come rasoiate, viene pronunciata non una ma la colpa. Riassunto il dramma.
Messo in scena questo “lieve disastro della mente”, questo “stordimento innecessario” proprio nel momento della morte prossima del padre quando “Verità è questo alzare gli occhi / che un istante uguali a tuo figlio / per davvero // vedono.
“Un istante uguali”, un bisbiglio, un “lieve disastro della mente”… Tutto nel segno dell’attimo, del provvisorio. Quell’identificazione primaria figlio/padre è mancata all’origine. Il poeta Olivieri vorrebbe “riscrivere la tua lettera alla mamma (…) ripassare le trame correggere le forme, / dettare fuori dal perimetro ogni sgorbio, / (…) / rigettare ogni male / fare acqua limpida / i tuoi giorni [corsivi miei]”. Correggere, perimetrare, circondare, delineare. Renato, un padre che, come recita rivelatrice l’ultima poesia diventa ‘altro’, maschera di padre di cui il bambino intuisce la finzione, identificato a ritroso come creatura essa stessa bisognosa di attenzioni paterne/materne. Attenzioni che lo stesso figlio ora sente che vorrebbe dargli, capovolgendo i ruoli, “correggendo le forme”.

Alcuni tratti di Renato, vividi: uno dei momenti più toccanti del libro.

Avrei voluto essere più grande, per intervenire aiutarti

quando ti svilivano i tuoi

con lo sguardo che si dà al più buono mentre

si pensa che è il fratello meno, quello
                                            non riuscito.
Avrei voluto essere lì – già grande – per difenderti in collegio

dai preti salesiani con la punta del legno sulle dita,

essere lì quando tua moglie ha cominciato

a chiedere una vita che non poteva essere la tua.

 

Avrei voluto essere più grande fin da piccolo
- papà,
per capirti quando non capivi, per amarti

quando non dicevi, e parlava la maschera del padre
(- e un bambino lo sente che è non vero)
essere più grande, tuo fratello,

per farti io da padre e da maggiore, per dirti

ad ogni passo che ce la puoi fare, ho fiducia in te, Renato…

È inconfessabile sempre, anche se in qualche modo detto. La mancata identificazione, il mancato riconoscimento e il desiderio di riscattarli indossando le vesti del padre/fratello maggiore a posteriori, nascono dalla vergogna. Una vergogna che è la vera colpa originaria e il ‘seme’ di un pianto inconsolabile. Per chi l’ha provata sulla propria pelle è e resterà indelebile, come un tentativo di parricidio (o matricidio, dipende).
Quel fallito. Quel figlio che piange.
Questa falla tragica ha il suo risvolto (non estraneo alla nevrosi stessa) nell’amore assoluto per il figlio proprio, totale e incondizionato, nel suo talvolta riconoscerlo come ‘cura’. Si alimenta di tenerezza indicibile, ma appunto una tenerezza ferita, incrinata nel momento in cui quel padre, quella maschera non riconosciuta, se non rifiutata, viene evocata a non cercare veramente la pacificazione o il perdono (come avviene invece con la madre) ma semplicemente per trattenerla con sé, per farla propria ombra per sempre.
Non è il padre di Magrelli (Geologia di un padre) che attraverso uno scandaglio taumaturgico, consegna il padre, quel nodo doloroso, alla sua alterità, lo lascia andare, se ne libera. Né quello di Cucchi, a ben vedere, basti leggere La maschera ritratto. Ma neanche quello di D’Elia il cui liberarsene ‘improvviso’ rimanda sì ad una situazione calata nell’esperienza intima, ma sempre si colora di una dimensione storico-ideologica. Mi viene in mente lo stesso Conte che si rivolge al padre defunto in una delle sue poesie più belle all’altezza delle Stagioni, Commiato : “Ma ci ritroveremo dopo, dopo / le stagioni, dove l’amore e il sogno / fanno nascere ancora / come un figlio da un padre /da una Montagna un fiume. / Su zattere di luce scenderemo / insieme vedremo rive / rocciose e rapide, canneti / di porpora, isole / invase dai colori dell’aurora. Viaggeremo / oltre ciò che sfiorisce e disfiora / oltre il giorno e la sera / la primavera e l’autunno”. Non a caso Commiato. Lasciamoci qui, magari per ritrovarci in un luogo altro. L’incrinatura psichica, il senso di colpa e la nevrosi in questo caso non sono nemmeno sublimati, sono semplicemente fuori dal gioco.

Olivieri cita sì Caproni, lo usa non solo esplicitamente, quasi lo abita: il poeta del Novecento italiano che più di tutti ha fatto del senso di colpa una fioritura,  una ragione profonda di poesia mettendolo ‘in scena’  a partire da una mai veramente superata condizione ‘figliale’. Un senso di colpa mai sanabile (Il seme del piangere…). Ma in questo senso ritengo che il mondo di Conte per Olivieri già introiettato e acquisito (è una fondamentale dinamica di incontri, anch’essi di ‘paternità’ elettiva) rappresenti e infonda quella differenza di luce e musica che altrimenti avrebbe reso meno plasmabile e tollerabile una materia vitale nata dal ripiegamento e dalla tortura, al di là della presenza amorosa di un figlio. Al padre scomparso-riapparso raffigurato da Olivieri non si dà, non si può dare commiato. È lì perché sia e resti sempre ombra, fantasma che gli sarà compagno. Destino, precisa volontà espiatrice, ma non solo. La figura paterna è lì, sempre, come nel supermercato, perché sia quel fantasma di cui il poeta ha bisogno per affermarsi e negarsi al tempo stesso, come appunto in lui si afferma e si nega al tempo stesso l’esperienza della gioia (“Io non sarò mai mio padre”).

E io (lui) vado in questa direzione,

                     stasera occupo il suo posto all’angolo,

proverò a dire qualcosa alle donne dalla macchinetta spenta

coi cents tra le mani. Non saprò mai essere lui.

Poche volte di recente ho avuto in mano un libro da leggere, da ‘vedere’ così tanto come scioglimento (o non scioglimento) di un nodo. Questo mancato distacco insieme a tutto il carico nevrotico e luminoso che questo comporta (in Olivieri, nel suo mondo, le due cose spesso coincidono) alimenta nel poeta la necessità vitale e urgentissima di fissare e affermare, quasi senza alcun filtro, ciò che riconosce suo, irriducibilmente. A partire dai particolari più intimi, privati.

Per i tuoi piedi,

che ogni prestissima

mattina

mi cadono en la mano,

freddi da una notte

scoperta (e sola, e piena di sogni),

per i tuoi cresciutini piedini

da stringere come amuleti

per affrontare il giorno,

come gemme d’alabastro,

gocce per scacciare la paura,

giada di un qualche chierico

officiata nell’incanto

che richiede e prega…

 

e la preghiera costante è

il tuo canto,

poi che ti muovi nel giorno

e sei

mia voce, fiato, salto!

 

Ma questi tuoi piedini…

Il dichiarare, disarmante, un amore senza condizione sotto il peso ineliminabile e colpevole di un fantasma, non è privo di implicazioni psicologiche e formali, di ulteriori turbolenze, talvolta sottocutanee talvolta più in rilievo.
Olivieri, procedendo nella lettura, arrivando al finale e tornando indietro, passeggiando nel testo, sembra sempre alla ricerca spasmodica di una boccata d’ossigeno. Il suo respiro spesso si contrae, si spezza, al di là dell’apparente ariosità della versificazione. In Giuseppe Conte per esempio – sempre per rimanere sul fronte di una paternità ‘poetica’ – apertura e movimento del respiro sono incessanti, pressoché inesauribili. Un respiro a pieni polmoni. Per quanto problematico possa essere poi, Conte non ha mai il dubbio su ciò che celebra, forse più che D’Annunzio stesso. In Olivieri il respiro è sempre sul punto di trattenersi e di spezzarsi, di rasentare l’apnea, di ritornare a galla a fatica. Il respiro, il verso…
A quale ritmo, per quale regnante è un libro di padri in un tempo che di padri (di senso della paternità, psicologico, fisico) è sempre più privo. È un libro che dichiara in questo senso una pacificazione mancata, una colpa non autoassolta ed è emblematico proprio per questa privazione di apertura: ricerca di riscatto senza l’assoluzione. Quello di Olivieri, in quest’opera almeno, è e rimane un mondo chiuso, al limite del tragico. Deve esserlo per ragioni vitali. È stato composto per essere chiuso e recintato, iperprotetto. Parallelo e opposto alle (alluse) sevizie psicologiche dell’ambiente del lavoro aziendale (una piaga, un male assoluto di sempre, lo stesso potere-fantasma). Ma è un esempio, non è solo questo. La nevrosi come si è visto ha origine antica, prolifera in un rapporto irrisolto col passato perduto, con l’essere figli (irrisolti) in questo passato per poi esplodere, per far grondare sudore sprecare fiato e, nel migliore dei casi, costruirsi un tollerabile presente, una roccaforte. Un presente, uno spazio soltanto proprî, in ultima analisi inaccessibili, inespugnabili.
Olivieri organizza, mette in scena spazi vitali contraddistinti da bagliori e da qualche ‘salto’ nella memoria che diviene sospensione; da parole e notazioni di grande tenerezza e dolcezza (e, non a caso, fisicità). Spazi talvolta ritagliati con minuzia ossessiva. Come una pratica di sopravvivenza, quasi maniacale. C’è l’amore coniugale, l’amore paterno, l’amore per i luoghi persi, c’è. Totale, dichiarato. Ma è tutto chiuso in sé, rigidamente ed egoisticamente (in senso lato) perimetrato. C’è la confessione e va bene, ma è quasi un inganno. Nessuno deve entrarci sul serio.

Non si può certo parlare di chiusura ‘formale’. I versi sono spesso frammentati, ci sono molti scalini ‘danzanti’, la versificazione conosce una certa mobilità, le chiuse talvolta sono folgoranti, musicalmente compatte e sapienti. Ma è una versificazione che, a mio avviso, non rivela tanto la libertà e l’apertura del respiro, quanto la fatica a divincolarsi di quel respiro mozzo, franto. Non è la metrica contiana né tantomeno quella tardo-luziana: ha una valenza psicologica quasi contraria. Come se la gioia, lo slancio e la pienezza fossero qualcosa non tanto da censurare quanto da frenare, da limitare, contenere in nome di quell’ombra, al di là di quei ‘salti’ di sospensione, di rilascio momentaneo di un respiro sempre sul punto di trattenersi. Anche questo nasce dalla colpa, da quella tenerezza ferita, straziante a volte, che a volte rischiara il libro, che può incarnarsi in poesia, che può cantare anche così.

Photocredit: griseldaonline.it

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