A proposito di Nobel. A proposito di Grazia Deledda

Un’ossessione di Grazia

 

Stoccolma, millenovecentoventisette. Nel trambusto ordinato tipico della capitale svedese i giornalisti attendono alla stazione una piccola scrittrice con la quinta elementare. Grazia Deledda forse non riuscirà al meglio a rendere omaggio all’ambito premio a cui era già stata candidata per 12 volte in 14 anni perchè, verosimilmente, il male che la condurrà alla morte si è già annidato maligno dentro il suo corpo apparentemente rigoroso e forte.

Tutta un’esistenza dedita allo scrivere, intenta ad un unico ideale, sin da quando a diciassette anni aveva inviato quasi per gioco un racconto ad una rivista di moda, ed ora tutta la gloria desiderata ha questo retrogusto amaro.

Ma la Deledda conosce la vita, anche quella più intima. In piena malattia farà dire ad un suo personaggio: «ben venga l’ospite inesorabile e divino, che purifica le vene e brucia le scorie del peccato, l’ospite sacro che, se ben trattato, lascia la casa ribenedetta; è il ramo d’olivo che il Signore ci manda per mezzo della sua mano, il dolore che è intermediario tra noi e Dio».

È sempre lei sino alla fine, sino al confine.

«Una sola cosa certa ho: Dio ci ha messo al mondo per soffrire». Siamo naufraghi in porto, canne piegate dall’infuriare del vento.

 

C’è qualcosa di certamente imperfetto in noi: «tutti siamo uguali davanti alla necessità del male».

E si pecca per il fatto stesso di vivere: «Le pareva di peccare solo perché la vita, col suo ardente soffio, le passava affianco». Ma la colpa non è un semplice svolgimento di premesse aprioristiche dell’umana natura. Non è possibile autogiustificazione. Resta uno scandalo personale d’impossibile redenzione: «Col cadere della sera il peccato lo riattirava, lo stringeva con la rete dell’ombra».

Grazia Deledda traghetta così l’uomo moderno alle soglie più tenebrose del male, del nulla. E da questo tragico lido tenta faticosamente di riemergere.

 

La vita è l’apoteosi del contraddittorio. Da una parte l’uomo è destinato fatalmente all’inevitabile passione del peccato, invincibile; dall’altra una vita senza passioni e senza peccato, è avvertita vuota e priva di senso perché l’io, estirpato dalle sue passioni carnali e dalla coscienza del peccato, sfiorisce ad una povera ombra di sé stesso.

«La vita che se ne andava in malinconia […] senza peccato, le pareva un vaso di cristallo che contenesse solo il vuoto».

 

Grazia ricapitola velocemente la questione umana ad una vertiginosa parabola tesa tra due tragiche possibilità: la presentita e tragica esperienza del nulla o la flebile luce drammatica della vita come espiazione.

«Tutto finisce […] e non soffriremo più. Perché agitarsi tanto? Tutto finisce: l’anima sola resta; salviamola».

Cosa resta dell’uomo? «Un pellegrino con la piccola bisaccia di lana sulle spalle e un bastone di sambuco in mano, diretto verso un luogo di penitenza: il mondo».

Il cammino della salvezza si pone come personale storia di espiazione.

 

Rileggere Grazia Deledda oggi significa proprio avvertire il limite, essere strangolati dall’impossibilità di movimento, arrivare a presentire l’ipotesi del nulla e tentare una risalita. Come la storia di ogni uomo. Rivediamo Freud o a Nietzsche, che aprono il Novecento con l’incapacità di unità dell’io e con la morte di Dio, e avviciniamoli a Grazia: non è Dio che è morto, ma è l’uomo che, separatosi, deve morire a se stesso in una vita di espiazione. Se non è grandioso questo!

E pensiamo agli anni ’50 di Pio XII che annuncia il dramma del XX secolo come la perdita del senso del peccato.

Dare ragione a Grazia oggi è veramente difficile. Una concezione sintetica dell’uomo sospeso tra l’abisso del nulla e l’espiazione, tradotta come scommessa della fede in un Dio forse troppo lontano, sembrerebbe togliere qualsiasi diritto alle richieste di una ragione contemporanea. Certo l’intervento di un perdono manifesto divino se poteva esplicitarsi in capolavoro nell’Ottocento Manzoniano del narratore onnisciente, non poteva essere certo la soluzione letteraria vera di una moderna di fin de siècle.

Leggendo Deledda si può avvertire il limite di una soluzione troppo difficile e lontana, il sapore del nulla dentro l’espiazione come autodistruzione di sé.

Ma, riducendo la faccenda ad un bivio esistenziale, Grazia, se non convince pienamente su una strada morale da seguire, riesce a far pulsare il travaglio morale di un uomo moderno che con tutte le sue angosce non ha ancora rinunciato a riempire di significato una vita altrimenti vana e misera.

Chiuso un suo romanzo rimane la necessità di rileggerlo daccapo per dar ragione dell’inquietudine di un’esistenza narrata sulla soglia dell’incerta salvezza.

E rileggere, ancora, ancora e ancora non stanca mai.

Ripercorrere il baratro di Efix, di Elias, di Paulo, di Marianna Sirca, di Maria Concezione, questi personaggi vivi che restano alla memoria del lettore, fino alla terribile espiazione è per noi ricerca vera, nello spandersi delle angosce di chi ha fatto i conti con la vita, quella reale, quella silenziosa e nascosta al di fuori di qualsiasi concetto dei teorici della vita e degli ideologi.

 

E se tutto ciò non fosse sufficiente per inserirla nella grande letteratura, varrebbe ad ogni modo la pena soffermarsi a gustare l’operazione letteraria e stilistica con cui la scrittrice, anche attraverso un sincretismo di citazioni più o meno esplicite, da Enrico Costa ai romanzi feuilleton e a Manzoni e Goethe, sino ad arrivare ai più decisivi francesi e russi, Tolstoj Cechov e Dostoevskij, arriva alla sua maturità stilistica e letteraria.

Ciò che più colpisce dei tratti deleddiani è il modo in cui il paesaggio, la geografia, l’ambientazione, arriva a formare un corpo unico col romanzo.

L’ambientazione quasi totalmente sarda delle sue opere maggiori, a cui sottendono diversi suoi studi etnografici, muta a paesaggio interiore, irripetibile teatro tragico primitivo e senza tempo adatto a  rappresentare lo svolgersi di un profondo moto esistenziale.

Al focalizzarsi interiore del romanzo corrisponde un inquadramento sintetico del paesaggio che rispecchia sempre con un controcanto armonico i movimenti dello spirito dei personaggi.

La donna nuorese ha dato vita ad un universo, uno stile, una gustosa tessitura che rimarrà, per chi imparerà ad amarla, il tratto caratteristico della sua penna d’artista.

 

Grazia morirà lasciando al figlio una poesia, piccola e forse bruttina, Padre nostro, che illumina l’esito del cammino dei suoi personaggi, o forse è solo un tentativo d’esile speranza nella tenebrosità del cammino umano:

 

«Non sopra le nuvole rosse/Dell’ira tua grande, o Signore, /ma in cima ad un’erta terrena/ Tu siedi: e ci guardi salire/ qual gregge disperso. Il pastore/sei Tu. Tu sei il padre benigno/ del nostro maligno dolore:/ ci aspetti non morti, ma vivi».

È una sfida alla modernità, gli uomini chiusi alla luce di Dio «camminavano, camminavano, non sapevano dove, non sapevano perché; i luoghi di spasso ove andavano erano per loro indifferenti, non più lieti né tristi delle solitudini ove facevano tappa per riposarsi o mangiare». È l’indifferenza, il tedio moderno.

Chi invece intraprende la via della espiazione, troverà la sua anima «finalmente sola, purificata dal dolore, sola e libera da ogni umana passione, davanti al Signore grande e misericordioso».

È, forse, il perdono, la Grazia.

 

 

Salvatore Bulla

 

Lascia un commento