Maria Cristina Biggio su Angelo Mundula

La mia terra è il mare:
il foglio-mondo di Angelo Mundula

“È strano dirlo ma / la mia terra è il mare. / Non dico soltanto superficie / né profondità né abisso ma / alberi pietrificati schegge di navi / armi primordiali e poi intere / generazioni di argonauti / naufragati o salvati in extremis / e tutta una diffusa archeologia / di genti diverse che stanno lì / da secoli da millenni / aggallando talvolta come spettri / o prillando tra i gorghi come / piccoli cavalli di mare. A quale / profondità con quali mezzi / potrò mai raggiungerli io che / sono forse soltanto un fregio / un relitto dimenticato / di una battaglia navale.” (Io e il mare da Per mare, 1993).

Il lettore che ripercorra adesso il felice annodo di riflessione critica e poesia nella vastità dell’opera di Angelo Mundula – adesso che la sua storia poetica si è conclusa, il respiro fatto verso, la lingua incantamento di stagioni nel tremito di luci, riverberi, suoni – si troverà costantemente nella fluenza e nell’attraversamento di questo mare ineludibile, ben sintetizzato fin dallo spicco prepositivo del “Per” nel titolo della lontana raccolta dalla quale sono tratti i versi qui sopra. Un mare, direbbe Vico, che conserva il suo ruolo semantico per eccellenza – sia nella mitopoiesi sia nella formazione delle idee astratte, ossia delle cose spirituali originate dalle cose de’ corpi – facendosi luogo dei luoghi dove il corpo del poeta, fonte dei trasporti, istituisce le sue forme di conoscenza nella capacità di vedere il tutto di ciascheduna cosa, e di vederlo tutto assieme, che tanto propriamente sona intelligere. E nel tempo sospeso della poesia questo mare diventa “terra” munduliana, soglia e sintesi della “sostanza vitale”, dov’è “l’anima del mondo / mille volte sommersa dalle onde / mille volte rigenerata”, dove “non c’è tramonto”, “semmai quel sole che si fa enorme / solo quando muore.” Pur tuttavia un mare – getto d’acqua e schiuma bianca pronta a disfarsi sulla faccia – che si impone come un’evidenza: fragorosa, mutevole, vasta, seducente, misteriosa; nella cui profondità e trasparenza il poeta allestisce i suoi tableau vivant fatti di Argonauti per sempre in partenza da metafisiche spiagge, di sirene che “legano la mente” e trattengono, di eterni Ulisse guidati al ritorno dalla nostalgia di una casa originaria, di “sgangherate” zattere di Géricault in balia di tempeste e naufragi, i panni bianchi sventolati in cerca di aiuto dai pochi salvati dalla “temuta deriva”. Un mare – calmo, mosso, agitato, tempestoso, pronto a disfarsi di tutto quel che appena prima è stato – di monaci sulle rive e viandanti solitari visti di spalle, di uomini immobili nei corpi e però tentati dal lucore della luna nascente, più che Sant’Antonio dal mucchio d’oro nel deserto. Un mare-immenso riflesso nello straniamento degli occhi, che aiuta lo sguardo interiore a recuperare il senso goethiano del sublime, il senso leopardiano dell’infinito; e che, secondo l’idea della classicità, circonda la terra, offrendo dal suo omphalos incrostato di sale quel punto di contatto tra l’umano e il sacro, dove tutto si intesse in un intero, permettendo così di cogliere il vero volto dell’uomo nel quale traspare l’universo, traluce il senso di ogni evento cosmico, di ogni cosmico suggerimento. Un mare-doppi cerchi concentrici di una “diffusa archeologia” dentro gli occhi dei Giganti di Mont’e Prama, del loro tempo in fuga che trascina via anche le rive e ci trasporta sulle sue arche che hanno superato anche per noi inaccessibili, immense apocalissi; un mare-doppi cerchi concentrici del fare poetico e della teoresi che si alimentano e si perturbano a vicenda nell’osmosi dei loro diversi statuti, ricomponendo l’idea della poesia come discorso dell’essere e del vero e, al tempo stesso, come interna critica e corrosione e meditazione sopra il proprio discorso (G. Barberi Squarotti). Un mare che si inazzurra mediterraneo a lambire “il minimo grembo” dell’amatissima Ichnusa che è uovo del mare, il minimo necessario al ricominciare, nucleo germinale irradiante che deve bastare a qualunque rinascita, mentre l’onda che “spinge di sponda in sponda” anche “mostra la riva irraggiungibile”, elevando l’isola a “immenso territorio” del nostos e della “immisurabile distanza” che essa implica ed evoca: “Da qualunque parte la Sardegna è lontana: / la sento talvolta riaffiorare dal profondo / come un atollo sommerso / indicarmi un percorso / una lingua familiare / parlata nel sogno. Con me / vorrei portarla come l’ancora che fermerà la mia nave / non so in che rada / in quale parte del mondo. / Da qualunque parte l’isola è lontana / come un desiderio o un sogno.” (La Sardegna da Per mare). Una distanza non fisica o temporale dunque, ma da ricercare in quell’orizzonte che è originariamente a distanza, quell’ horos che traccia il limite ultimo dove portare lo sguardo, il solco fondante scavato dall’aratro che di continuo sposta la terra dove nasceranno le mura della città futura, della Gerusalemme celeste. Una distanza come figura di separazione tra il qui e il là, simbolo che unisce a distanza e rimette assieme quel che è stato separato, e che è per sua natura trascendente, come parte di un tutto che non c’è. Ovvero grafo esistenziale d’istanza (C. Sini/C. S. Peirce) che ha dentro di sé una cosmologia, intesa come filosofia dell’universo o disegno di un ordine possibile del mondo nel mondo, ed è perciò capace per sua natura d’incarnare l’istanza del dover essere (dell’ethos) e dell’altrove. E in quanto tale è preliminare a ogni relazione segnica del fare poetico, caratterizzando qualsivoglia esperienza del poeta, anzitutto nell’impossibilità per l’esperienza stessa di sostare nella presenza che non si vuole ridurre a semplice dato, volendo invece ricercare in essa la verità di tutto quel che viene alla presenza e che rimanda all’assenza di ciò che non si manifesta, sapendo che “l’unico vero Presente è Assente dal mondo”. Nei versi di Mundula non si dà esperienza senza distanza quale caratteristica costitutiva e strutturale di ogni esperire il mondo nell’infinito accadere della differenza tra evento e significato, dove l’evento altro non è se non la soglia, l’oscillazione dell’accadere di quel significato che è il mondo di volta in volta incontrato, suonosenso dispiegato alla percezione del poeta, alla sua comprensione e interrogazione corroborata dalla forza questionante del pensiero sotteso.
Il nostos, strettamente correlato alla figura della distanza, è l’ardente desiderio del ritorno a un luogo originario e dal cammino di conoscenza verso la verità della parola e del mondo, che l’istanza del viaggio della nave-vita sottende. Esso implica la frequentazione della soglia come via d’uscita e d’entrata (di ritorno dall’esodo, l’esilio veterotestamentario ma anche l’esilio ebraico che nel suo etimo, galuth, ha in sé l’idea di rivelazione , qualcosa che distanzia ma anche avvicina e, appunto, rivela). La nostalgia è peraltro espressione, con Novalis, di una vita filosofica orientata dall’anelito di sentirsi ovunque come a casa propria. Una vita non autenticamente filosofica chiama perciò in causa la categoria dell’esilio come scissione del legame fondativo con la radice della terra e dell’abitare, un non-sentirsi-come-a-casa-propria, in una condizione di spaesatezza e finitudine che è anzitutto esilio dalla verità: quest’ultima intesa non come cosa in sé così com’è ma come verità cruciale, cioè fedele alla esperienza della verità che si colloca all’incrocio tra evento e significato, tra relazione simbolica e relazione segnica. E in quel trovarsi in esilio dalla verità, il desiderio di conoscenza si accompagna all’urgenza ulteriore di dover sempre attuare la trascendente ricomposizione di un altro luogo che niente può cancellare, di un altro tempo che niente può consumare , avendo sempre da abitare una distanza-evento che, in quanto accadere della differenza tra evento e significato, è caratteristica strutturale di ogni nostra esperienza, attraversata da una costitutiva tensione, da uno strutturale aver da colmare la distanza originaria nella quale ogni cosa appare, grazie a uno sguardo genealogico che mira a sterrare le radici (C. Sini).
D’altro canto, fin dal Fedone e dal Teeteto platonici, la figura dell’esilio è indice della separazione tra il regno dell’anima e la materialità del corpo, che un’intera tradizione filosofica occidentale ha consolidato nel tempo, insistendo su quello iato che propriamente è chorismos e comporta, nella sua peculiare sfumatura etimologica, un generare distinguendo le diverse nuove unità dell’anima e del corpo costituite dalla divisione stessa e inappartenenti l’una all’altra “nello strazio / nella nudità totale”. Ma ecco la giovane voce di Mundula, che in questi versi profondi e tersi sembra riecheggiare sia Chi ha visto il vento? di Christina Rossetti sia l’idea di René Char per la quale abolire la lontananza uccide, e gli dèi muoiono solo a stare tra noi: “Sembrano le cose da lontano / ricche d’indicibile bellezza / è la distanza per se stessa un sogno. / Ma cosa muove il gambo e la corolla / di quel fiore che sembrava così fermo? / Non si può sognare / quando le cose ritornano se stesse. / È la distanza il nostro desiderio / e il nostro vero mondo non è questo / non è qui per quanto ci sembri piacevole. / Qui l’anima è in esilio / distante da ciò che ama / vicina soltanto a sé nello strazio / nella nudità totale. / E sempre sogna un ritorno / chissà dove.” (L’anima in esilio da Un volo di farfalla, 1973). In questo senso l’esperienza della distanza che accade sulla soglia e per la soglia altro non è che desiderio, apertura verso l’inatteso, verso un accadere ancora senza nome, che è anzitutto in-vocazione: desiderio che si incarna nella esperienza del nome in quanto luogo del sacrificio rituale (del sacrum facere) evocante. Il nome apre alla rivelazione magica dell’eccolo di nuovo, cioè dell’apparizione del Dio (ecco di nuovo il Sole, ecco di nuovo la Notte, ecc.), e quindi alla determinazione del desiderio stesso come desiderio di vita eterna (C. Sini).
L’essere senza dimora – sentendosi fuori luogo e mai a casa, in un tempo altro proiettato verso il tempo di un’interiorità visitata dall’estremo nel passaggio dall’Ospite all’Ospitato – prelude, con le parole di Jabès, al deserto come vuoto, terra desolata da attraversare nella solitudine e nello smarrimento di un inesausto percorso di ricerca, trovandosi in quella condizione di spoliazione che rende così nudi e sprofondati in se stessi, aprendo all’erranza fondamentale dell’uomo l’infinito altrove. Nella serena consapevolezza – scrive Mundula – che “essere al di là è il nostro confine” e, seppure “viene sempre il momento di abitare il vuoto”, è sempre possibile udire nel segreto dell’anima quella “voce del tempo più lungo” che è “suono, vaga musica, armonia profonda”, e che emerge dal nulla, dalla distanza, dal sogno, dal vuoto come “memoria di una voce oltre quel vuoto, oltre quell’oltre”:
“Passa anche il cielo se lo guardi / e lascia immenso vuoto / e non lo riempiono gli anni né le rondini. / E il mare passa tra onda e onda / finché si fa deserto o bianca spiaggia. / E tutto il nostro amore come una nube / passa e si rompe in pioggia e vento. / Resta quel nulla la deserta spiaggia / l’ultimo scoglio che affascina lo sguardo. / L’estasi è desiderio di nulla e tutta la / bellezza della rondine è soltanto / il suo cielo deserto, l’immenso vuoto d’aria.” (Bellezza ed estasi da Un volo di farfalla, 1973).
“Il catrame ha allontanato i gabbiani. / Sono rimasti soltanto pochi uccelli di passo / non so se marini o terrestri. Perfino / il mare ha cambiato colore. / È diventato / marrone o quasi da azzurro e verde che era. / È calata la sera su quel mattino perenne / ch’era il Cantiere e l’uomo che un tempo / l’abitava ora va in cerca del niente / che è rimasto sul prato e sulla spiaggia. / Viene sempre il momento di abitare il vuoto / di raccogliere le conchiglie portate dalla risacca.” (Le conchiglie da Il Cantiere e altri luoghi, 2006).
In questa particolarissima condizione di esilio si manifesta quel momento aurorale dell’anima (M. Zambrano), in cui si genera la pura conoscenza che conduce all’intimità dell’essere aprendolo e trascendendolo in un silenzioso dialogo dell’anima con se stessa, capace di attualizzare il riconoscimento dell’uomo nella sua verità ontologica prima che storica, consolidandosi come esempio estremo dell’impresa di decifrazione del proprio essere in vista di una più autentica rinascita. E pensare in esilio comporta una rivisitazione delle categorie con le quali si legge il reale, grazie all’acquisizione di una particolare prospettiva in cui il nesso tra il poeta e il suo dettato viene di volta in volta configurato. Tale prospettiva, letteralmente, assicura la vista sospinta fino al limite in virtù di quel nomadismo dello sguardo capace di mediazione tra sensibile e astratto, che consente di esperire il mondo com’è al di là del nostro guardarlo, illuminando il senso del fare poetico e orientandone (volgendo a oriente, verso il sole, il luogo di ogni nascere) il verso, che sempre si disfa e si ricostruisce nel “Per” dell’attraversamento, seguendo di volta in volta l’esperienza dell’essere in errore, dell’essere in cammino verso la verità, il suo brillio, il suo transitare di soglia in soglia quale lampo nel buio (o nella notte oscura che dir si voglia). Verità che – come dice Agostino – fin dal suo originario porsi come Logos, è sempre da mettere in questione, da indagare, mai per sempre indagata. E “la dolce e sofferta avventura” intorno al suo senso, obbliga il poeta e ogni credente alla inventio (veritatis) quale scoperta che si rinnova nella viandanza del suo stesso andare: “Perché ti cerco, Signore, avendoti / trovato? Quale senso è legato / a così frequente non-senso? O / è in questo contrasto in questo / continuo dissenso tutto il nostro / credere-non credere all’evento / grandioso della fede?”. Quest’etica o abito della domanda che sospende la risposta ancora prima che tenti di dire alcunchè, invitandola ad abitare il luogo del suo stesso domandare, si traduce nelle assillanti interrogazioni radicali che intessono l’intero corpus munduliano. Possiamo chiederci con Sini/Blanchot: “Donde vengono l’ansia di interrogare, l’alta dignità riconosciuta alla domanda? Domandare significa cercare e cercare significa cercare in modo radicale, andare alle radici, andare a fondo, sondare, scavare sul fondo e infine strappare, prendere. Questo strappo che si estende alla radice è il lavoro della domanda” […] “la parola che domanda allora arricchisce, aggiunge al pieno del suo domandare quel vuoto che ci consente di non avere ancora la cosa o di averla come desiderio” […] “bisogna sopportare l’essere in errore in quanto esperienza stessa della verità, sopportare il fatto che l’uomo è sempre in errore, non perché sia fuori dalla verità, ma perché è il suo modo di stare nella verità.”
Se, con J. Ortega y Gasset, l’umanità non è una specie ma una tradizione, allora essere uomini significa ricomporre la tradizione di innumerevoli generazioni, assolvendo non solo un compito storiografico bensì un compito morale perché corrispondente alla legge della costituzione stessa della propria esistenza storica. Di fatto la tradizione del pensiero greco che ha stigmatizzato lo iato tra l’anima e il corpo, nella sua fusione con il cristianesimo attuata da Agostino nelle Confessioni, è ponte gettato tra Atene e Gerusalemme e determina una visione della vita terrena quale proiezione di quella celeste, capace di accogliere in sé quella sterminata antichità – prima implosa poi esplosa nel futuro del tempo escatologico – che costituisce l’invisibile fondamento filosofico-teologico del procedere esilico munduliano. Questa apertura del poeta verso un destino che è destinazione, ovvero cammino verso il configurarsi del tu, attinge dalla scrittura agostiniana la possibilità di un dialogo interiore con Dio, di un approfondimento dentro il finito dell’anima per trovarvi l’infinito, secondo un modo erede tanto di un’ascesi cristiana quanto di una reiterata e profonda interrogazione poetica sospinta fino alla contemplazione del confine come cum-finis – cioè come parte rispetto a un’altra parte, trans-duzione d’essere e di senso dell’altrui all’interno del proprio – caratterizzandosi così come l’imprescindibile tensione di una vita autenticamente umana e degna di essere vissuta, senza mai cessare di assolvere il compito primario della poesia che è quello di tracciare i contorni della nostra umanità condivisa, mantenendo e trasformando la soglia tra l’esistenza individuale e sociale, tra il proprio e l’altrui (Susan Stewart). L’intero macrotesto di Mundula esplicita tenacemente la sua poetica della parola che guarda alla scrittura come congiunzione tra il segno mortale della parola stessa e l’immortalità del significato che lo abita. “In realtà – scrive Mundula con l’abituale chiarezza – tutta la nostra storia inizia dalla Parola, che si identifica con Dio: In principio era il Verbo / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio (Gv 1,1); e questo supremo punto di riferimento resta tale per sempre anche nell’esercizio della scrittura, che finisce per essere […] un inevitabile confronto, semmai così possa dirsi, fra parola e Parola.” Ovvero il logos giovanneo si fa, con Platone, dia-logos capace di aprirsi all’altro (non c’è l’altro soggetto se non in virtù del dialogo) e di rinvenire la propria originaria vocazione discorsiva e narrativa (Dialoghi, Scritti per un’idea di letteratura è l’indovinato titolo di un importante libro del 2011 che raccoglie gli appassionati interventi critici pubblicati da Mundula, nell’arco di svariati anni, sulla terza pagina dell’Osservatore Romano. Spaziando dalla filosofia all’arte, alla musica, alla poesia, alla narrativa, essi sottolineano l’importanza, da un lato, di una letteratura che aiuti a vivere la propria vocazione di essere umano e, dall’altro, l’urgenza della valorizzazione della poesia quale imprescindibile strumento nel problematico viaggio interiore dell’uomo contemporaneo, facendo propria l’idea di G. Steiner secondo la quale sia questione di vita o di morte per l’Europa riaffermare le proprie radici e alcune audacie dell’anima, dato che le nostre opportunità sono esattamente quelle di cui fu testimone la luminosa alba dell’Europa con il pensiero greco e la moralità ebraica).
Attraverso questa poetica della parola saldamente attestata alla verità, Mundula comunica al lettore i propri postulati fondamentali, tra i quali l’amore come forza non acquisitiva ma donativa, la somiglianza con Dio, la sua vicinanza nel segno della Croce o tra le spine della vita, la tensione all’infinito congiunta alla caducità radicale dell’uomo, la fede volta alla ricerca del volto di Dio e sempre ricondotta all’interno nel circolo ermeneutico agostiniano del credo per capire / capisco per credere, l’umanizzazione della natura, la visione ossimorica dell’esistere, di cui in primo piano balza l’ineluttabilità della morte assieme alla rivalsa della vita proprio nell’ora del suo tramonto. Tali postulati sono espressi in una ricca e originale testura di metafore e in uno stile colloquiale, che non disdegna di sposare anche il registro alto o, per meglio dire, profetico, che lo stesso poeta non teme di definire ‘sublime’, perché destinato a esprimere l’incontro con il divino (Renzo Cau). Tuttavia, la metafora che interessa l’intero macrotesto munduliano è quella viva (Ricoeur), vero e proprio poema in miniatura, evento testuale e discorsivo che è apertura (ouverture) e scoperta (découverte) del mondo in quanto strumento di innovazione semantica operante nella ri-descrizione degli aspetti sensoriali ed estetici dell’esperienza, che spinge a pensare di più, permettendo al destino poetico del linguaggio di dilatare il discorso speculativo che finisce poi per rastremarsi e consegnarsi alla fede nella forza epistemologica della poesia e i sui bagliori, in un continuo e organico pulsare di sistole e diastole: “Che sai, poesia, di me? / Di sillaba in sillaba una voce antica / instilla la sua scienza / dentro la parola. Alla fine / chi parla è proprio un’altra / persona e tuttavia come / chiamarla se l’Io reclama / la sua presenza e quasi forza / la mano a scrivere il suo / nome? Anche la parola / ha la sua forma di vita la / sua ferrea legge il suo segreto / amore. Dirla è arrendersi / al suo suono e senso. Cosa / dirò allora quando dico Io / quando dico (violando perfino / un’altra Legge) Dio?” (La scienza della poesia da L’infinita ricerca, 2014). O anche: “Non è un bel verso, dici, misurandolo / col tuo metro ma qui il metro è diverso / immisurabile col piede lento / dell’uomo col suo incerto passo / qui il verdetto viene dall’alto / e nessuno lo conosce se non il / giudice supremo nascosto chissà dove / chissà in quale verso.” (Il bel verso, Ivi p. 239). E ancora: “Solo pensando che la poesia sia tutto / che la poesia sia Dio o almeno / per qualche verso una scintilla del divino / solo pensando questo / si può scrivere una poesia / come recitando una preghiera / ogni volta facendo qui / un atto di fede.” (Professione di fede, Ivi p.89). Senza che Mundula mai dimentichi, alla maniera di Peguy, che la speranza è decisiva per la sorte dell’uomo: “Speranza e fede sono sorelle nel giardino dell’eterno / l’una vive dell’altra in questo segno estremo / ma la speranza che mai ci abbandona / sempre rinasce dal suo desiderio.” (La speranza, Ivi p.32)
[Ancora a riguardo del conclusivo L’infinita ricerca, significativamente sottotitolato In prosa e in poesia alla caccia di Dio, che annoda felicemente poesia e scrittura critica, si può qui solo accennare alla brillante intuizione di Alessandro Andreini, il quale sottolinea come “la sapiente scansione di queste liriche” rappresenti, “in un certo senso, la coscienza interrogante dell’intero libro, alla maniera del coro nella tragedia greca”. Di certo la forma dialogica, a partire dal Dialogo dell’anima con se stessa e poi attraverso tutta la storia della filosofia, ha una forte vocazione teatrale e ha rappresentato una forma ricorrente e privilegiata della comunicazione filosofica che sarebbe interessante approfondire per cercare nuove piste ermeneutiche nel pensiero poetante di Mundula che, al pari di quello di Leopardi, è traccia dell’antica sapienza che non separa poesia da filosofia, risolvendo l’antropologia – quello sguardo capace di dislocarsi ogni volta nel punto di vista dell’altro, o del lontano, o dell’antico – in ontologia, cioè in assillante domanda sull’essere e sull’esistente, al di là di ogni differenza geografica e temporale.]
All’interno della sua poetica della parola, Mundula delinea la propria vocazione cristiano-creaturale, riconoscendosi in una tradizione e in una lingua letteraria fortemente avvertita come identitaria, perciò del tutto immune da ibridazioni e sperimentalismi neo-avanguardistici in quanto non ricognitivi della sacralità della parola e dell’interezza e complessità umana, mantenendosi fedele al codice alto della tradizione poetica italiana proprio in tempi avversi – ove si guardi all’afasia del divino cacciatore Caproni, alla decostruzione di Zanzotto, alla palus putredinis di Sanguineti – e dando invece risalto, fin dall’esordio, a una “voce” capace di farsi “canto” e “urlo”, snebbiando così la parola da ogni mistificazione o cortina della realtà: “Non so quando si fece voce / quel silenzio ch’io ero: / fu il canto d’un grillo nella notte / o l’urlo disperato del mare senza pace, / forse giace dentro un pugno di terra / che snebbiò d’un tratto la folta cortina del sogno. / La voce ebbe subito un’eco: / e fu ancora canto di grilli / od urlo del mare, o il suono antico / dell’erba squassata dai venti / o la voce acerba di chi conobbe / altra vita. Ma molto mi giovò / se non fu subito pianto.” (La mia voce da Il colore della verità, 1969).
Come si è visto fin qui, il “mare” munduliano viene assunto quale mutevole statuto fisico (della physis) di un principio di conoscenza in definitiva di natura metafisica. Gli avvisi ai naviganti vengono diramati mediante la funzione conativa che continuamente sollecita i lettori all’acquisizione di quel particolare sguardo che si intende configurato nel “Per” dell’attraversamento di quella vasta distesa di libertà marina dove si inscrivono tutte le possibilità, e dove occorre imparare a tracciare la propria onda e la propria rotta. Il viaggio della nave-vita, indistintamente diretta verso un approdo e una mancanza, si configura via via come incessante inseguimento dell’Altro, inesausta ricerca della verità della parola e del mondo, ma poi quale metafora di ogni sapere in quanto scrittura del mondo nel mondo, che cioè fa senso del mondo e in quel senso scrive la propria cosmologia. L’oltranzismo metaforico di questo mare – dove “non c’è tramonto”, “semmai quel sole che si fa enorme / solo quando muore” – attiva molteplici giochi di irraggiamento delle rifrangenze fonico-ritmico-sintattiche, sommuovendo il felice respiro ritmico del verso per lo più liberamente aggregato, e reso fluido oltre l’inarcatura in funzione meditativa dell’enjambement, oltre i limiti che definiscono ciascun testo e ciascuna silloge, per culminare appunto nella macrometafora del cammino verso il sole, verso la prima fonte di ogni nascere, di ogni avvenire. L’icona del sole, di sicura suggestione dantesca, è specchio di luce e calore irradiante per il mondo in quanto riflesso del sole spirituale che è Dio, “occhio” del cielo e misura del tempo, immagine dell’intelligenza e dell’anima, nonché immagine di Cristo-Verbo. Questo dolce lume accompagna costantemente il poeta nel suo viaggio che, nella sua accezione dantesca di cammino morale, può conoscere un iter rectum e un iter devium “tra la “piena libertà d’errore / o di salvezza”, sapendo di poter “salire verso il basso o discendere verso l’alto” o che si può essere “nel fine o nel principio”, come in una sorta di nastro di Moebius da percorrere infinitamente e che richiede, come si è detto, un particolare nomadismo dello sguardo, sempre accoratamente focalizzato sulla “vicenda del sole”:
“Che cosa si prepara a noi d’altissimo fuoco / dopo l’orgia del sole o appena tepido / esso tramonta già nel nascere? / Quale vicenda è la nostra in questo gioco / senza amore né veri vincitori? Quale ruolo? / Quante mattine ancora dovrò aprire gli occhi / davanti all’inconoscibile / che non vuole essere conosciuto? / Da che cosa e perché tanto segreto su questa vita / che pure ci appartiene, è nostra?” (La vicenda del sole da Un volo di farfalla, 1973).
Questo mare metaforico assume una valenza primaria sia come elemento costitutivo e strutturale della dinamica della silloge Per mare del 1993 sia come elemento di snodo nella pur veloce scansione di quasi 50 anni di scrittura, inclusi i volumi Dialoghi e L’infinita ricerca. È proprio questo importante libro conclusivo a suggerire la possibilità di una lettura trasversale dell’intero corpus munduliano, basata cioè su una pur sommaria analisi intertestuale dei disomogenei corpora di poesia e di quelli di prosa critica, capace di rivelare, da un lato, lo sguardo vasto e originale di questo alto interprete del nostro secondo Novecento e, dall’altro, di far emergere dall’intero processo di composizione la fitta intertestualità e interdiscorsività non solo con i poeti a lui più vicini, ma anche con la folta schiera di auctores (scrittori, pittori, scultori, filosofi, saggisti ecc.) che si è riversata nei Dialoghi e nell’Infinita ricerca di una vita intera. Di fatto questi lunghi anni di scrittura sono attraversati o, per meglio dire, signati (cioè figurati, quindi anche pre-figurati e de-signati) dalla “seduzione del mare”: “Una forza nascosta m’inchioda al mare / e alla sua cangiante forma così che / ovunque io vada qualunque strada percorra / sempre io percorro la strada del mare e sempre / al mare ogni cosa rapporto / ciò che non ho mai saputo o visto o percorso / sempre ha la forma indefinibile del mare / se l’oscuro desiderio vaga senza oggetto / oscuramente cerca il mare irraggiungibile / nel più segreto nido dell’animo / e quando morirò sentirò farsi lontano / quel suono dolce ed eterno che è il suono del mare indomabile / quel piacere estremo come un abbraccio carnale / ch’è il trionfo del mare e la sua morte / non so bene che nome posso darle / che confidenza o forma ma in qualche parte del mare / per me si consuma l’eterna contraddizione / una voce che non conosco e amo / più volte mi chiama dal profondo del mare / con la sua voce ignota e familiare / che fa mare di tutto mare di nulla / e sempre inonda delle sue acque impreviste / il mio tranquillo fiume.” (La seduzione del mare da Il vuoto e il desiderio, 1990). Le seducenti quanto “impreviste” acque di questi versi confluiscono indomite nella perfetta combustione metafisica nella raccolta successiva, Per mare, dove l’invenzione poetica accende la lingua, muovendone in piccole onde i processi di significazione e di articolazione che vengono spinti ben oltre gli orizzonti delle singole poesie e della stessa silloge, preludendo così ai volumi successivi, nel contempo accogliendo ed elaborando quanto precisamente anticipato nelle pur diverse e conchiuse raccolte iniziali – da Il colore della verità (1969) a Un volo di farfalla (1973), fino all’autentico capolavoro (R. Cau) Dal tempo all’eterno (1979). In esse si fanno sempre più esplicite le pressanti istanze che resteranno come sostanza del dire poetico munduliano: l’anima prigioniera del corpo, il divenire del tempo e delle cose, la trascendenza dell’amore sulla vita e sulla morte, la “quieta speranza di un’oltranza”, dove si raggiunge la vera libertà, “oltre la ruota del giorno” (R. Cau). Tali istanze renderanno possibili i futuri trapassi nel percorso poetico di Mundula, connotando la sua poesia come poesia di meditazione, di contemplazione ripetuta e continuamente rinnovata, di ricerca, di speranza e di Dio, ma al tempo stesso, come accade spesso ai grandi poeti religiosi, anche verifica dell’amato mondo della natura e della vita e ascesi del discorso poetico, per raggiungere la sempre più acuta perfezione tecnica e di linguaggio nell’aspirazione conclusiva a far coincidere poesia e verità, fede e verso (G. Barberi Squarotti).
Questo poeta da canone (Nicola Tanda) del nostro secondo Novecento, che per padronanza dei mezzi espressivi e originale fisionomia è apparso fin dall’esordio sicuro e quasi conchiuso, è stato accompagnato da un ampio successo di critica che il voluminoso carteggio curato dalla moglie, Caterina Deroma, metterà meglio in luce. Tra gli altri, M. Luzi, A. Jacomuzzi, F. Fabiani, D. Valli, C. Betocchi, F. Ulivi, G. Barberi Squarotti, G. Spagnoletti, G. Gramigna, C. Mezzasalma, D. Maffia, F. Loi, P. Civitareale, P. Citati, R. Cau ne hanno autorevolmente accostato la voce all’afflato cosmico di Thompson e Donne, all’Eliot dei Quartetti, allo spasimo lacerante di Rebora, alla sofferta testimonianza di Turoldo, alla divina caccia del pur diverso e sottrattivo Caproni, al fraterno Luzi; mentre nel suo “perdersi e salvarsi”, nelle sue “preghiere inaudite” sulle soglie dell’ “estremo passo” veniva colto un lontano bagliore di quella temperie arditamente medievale di Bonaventura o di Jacopone (S. Crespi).
Intanto lui, il poeta, figura di straordinario spessore umano e intellettuale esteso anche alla brillante professione forense che l’ha inscritto nell’importante tradizione giuridica sarda, è ancora In viaggio tra vecchio e nuovo:
“La fine di un millennio chiede profezie / ma la fine di un secolo non finisce mai di finire / qualcosa che abbiamo sempre praticato / ci prende nelle sue spire / ci sospende a un filo di refe / che forse si spezzerà / bisogna stare alle vedette / vedere sempre più in là / qualcosa che si sciolga dalle sue catene / la nostra luce è un faro intermittente / si accende o si spegne quando si sta per / Del resto nessun veliero è in vista / neppure le sue vele spinte dal vento / semmai qualche naufrago o nocchiero / perduto nell’oceano / Grava sulla mano che scrive il giornale / di bordo la forza nascosta del mare / un angelo o un dèmone che si posa improvvisamente / sull’orlo della pagina aperta e la / parola non è più quella di sempre / né la rotta né il timone / né il timoniere né la corrente / soltanto la scia lascia credere / a un ribollio profondo a una piccola rivoluzione / e tutto poi subito torna al suo antico statu quo. / O è la bussola che indica sempre il Nord? / O è soltanto un altro magnetismo che / neppure Shuo avrebbe immaginato? / Si va verso un porto ignoto / con ignota nave con malfidato nocchiero / da qualche parte è scritto / che s’è pagato (si paga) un prezzo troppo alto / solo per fare il viaggio solo per / andare un poco più in là / sospinti in alto in basso da / un mare forza nove o chissà da che altra forza / che mai sappiamo dove ci porterà / con quale altro nome o sorte / in quale altro mare o morte / perché un nuovo secolo innalzi il gran pavese / sulla nostra nave in disarmo / ferma al suo porto.” (da Per mare).
(Maria Cristina Biggio)

Un ricordo, forse un sogno
Delle lunghissime conversazioni con Angelo Mundula – nelle quali si parlava per lo più di libri e poeti amati, della sua fittissima corrispondenza con Pietro Citati, della cui prosa eravamo entrambi lettori appassionati – non ricordo con esattezza quasi più nulla, se non l’aristocratico affetto amicale con il quale venivo accolta ogni volta. Vorrei davvero avere ricordi più precisi di noi due in un determinato luogo, giorno, colore fissati in immagine, di quelli da portare stretti al petto come un prezioso, segreto medaglione. Il cuore e la mente se ne inventano qui uno, sia pure legato in qualche modo a un’ultima telefonata tra me e Angelo, io che cercavo di chiudere per non affaticarlo, lui che invece si dilungava con l’abituale fermezza di sguardo e la sua straordinaria ironia.

Un fine luglio ferocemente caldo ha appena finito di spargere i suoi fasti africani sulla pelle della terra che ora increspa le labbra e, con lingua di rettile, s’insinua tra nodi di pietra a cercare l’acqua sorgiva delle valli. Quando arriviamo al luogo dell’appuntamento, Sassari è uno spiazzo vasto e deserto, una convessità di sabbia gialla che sembra voler sollevare verso il pomeriggio del cielo l’intera architettura della fontana di Rosello, il suo bianco paramento di marmo. Tu e io abbiamo sulle spalle un fantastico accumulo di cose strane che di tanto in tanto stridono o tintinnano come dolci sonagli. A tratti, anche noi mandiamo brevi suoni argentini dai vortici variabili dei nostri respiri. Stando vicini proiettiamo un’unica ombra lunga sul terreno, quasi fossimo lo gnomone di una meridiana. Assieme dilatiamo il senso di infinito spaziale fino a quella dimensione sovrumana capace di abbracciare il fluire del tempo che adesso prende a cantare dalle acque pullulanti dell’antica fonte. Tutt’attorno, il vociare disordinato e confuso degli acquaioli che continuano a caricare sul basto dei loro asini gli ultimi barili da portare fino alle case. Tu sorridi divertito del colto e raffinato Tyndale che, negli scritti del suo viaggio in Sardegna a metà Ottocento, definì sconveniente quel sistema di approvvigionamento, perché gli ingressi delle case sassaresi erano spesso bloccati da un uomo, una bestia e una botticella. “Sconveniente”, dici in un soffio, “è ben altro”. Il tuo sorriso rotola come un cerchio dentro il mio e si raddoppia nelle bocche leonine delle cantaros: i giochi profondi di rame e stagno nei loro bronzi pronunciano la parola sconveniente, mantenendo nei gorghi di quelle sillabe lo stesso verso e la stessa forza della rotazione terrestre. Sorridono anche i portatori d’acqua che si riposano un poco prima dell’ultimo viaggio, ripetendo in coro e sempre più in ritardo, sconveniente… sconveniente…sconvenienteeeeee, come l’eco di un suono che rimbalzi contro un muro o un ostacolo imprevisto (forse quel giro di lentischi intorno al fosso, o i verdi scudi dell’aspidistra più in fondo, i suoi nascosti fiori di bruna porpora?). Sorride anche San Gavino a cavallo in cima alle due arcate incrociate che lo sorreggono, per un attimo abbassa vessillo e braccio, stanco di sostenere verso l’alto il peso immenso di tutto il tempo passato, il suo struggente riflesso. Sorride nel dolce tumulto di lecci e agrifoglio anche la Madonna del Bosco, va e viene dal Duomo, i begli occhi allungati nell’incarnato del volto: anche lei vuole esserci, vuole uscire dalla pittura della tavola per essere in questa radura che si apre nel folto degli alberi, dove la luce può cadere e giocare tra luminosità e oscurità, tra il suono e il suo riverbero; vuole essere nel mistero dell’evento che qui fa cenno e risuona, nell’aperto di tutto quel che è presente, di tutto quel che è assente. Sorridono anche le statue delle quattro stagioni che lasciano tra i flutti gli amati delfini dalle pupille a forma di cuore, scendendo agili dai piedistalli agli angoli per stringersi nel loro girotondo in bilico sulla curvatura del mondo: l’Inverno sente i caldi vortici degli altri corpi afferrargli le mani, si chiede perché mai abbia dormito così tanto e, scuotendosi con forza dal lungo sonno, scrolla alberi, siepi, tetti innevati di fresco; la Primavera fa scivolare le sue ghirlande fiorite sulla dolce inclinazione del tavolato verso il mare del golfo, verso lo scatto e il bianco lampo dei gabbiani nella liturgia di un ultimo raggio di sole che aspira a un ordine di purezza impossibile da raggiungere nel colore; l’Estate muove l’oro dei suoi fasci di spighe, accendendo un ultimo canto di cicale nei campi di grano; l’Autunno, giovane Ercole, si libera della logora pelle di leone e impregna i pampini della sua corona di un rosso rubino denso e lutulento, che si riversa vasto e inarrestabile come il dolore.
“Hai portato con te il libro?”, chiedi d’un tratto mentre il cielo si fa tremendo specchio nel chiarore verdeazzurro di un estenuato crepuscolo. Aggiungi: “Non ho avuto il tempo di cercare il mio. Sai, adesso ho uno studio enorme e leggo tutto il giorno.” Io apro le pagine nel punto segnato e ti leggo le parole di Faust rivolte a Mefistofele nel suo sconveniente patto: “E che puoi dare tu, povero diavolo? / Lo spirito dell’uomo nel suo tendere all’alto / i pari tuoi lo hanno mai compreso? / Possiedi forse un cibo che non sazi, / un oro fulvo che non stia mai fermo, / ma come argento vivo ti scorra via di mano, / un gioco al quale non si vinca mai, / una ragazza che stretta al mio petto / con gli occhi già si vincoli ad un altro, / e il bel trastullo degli dèi, l’onore, / che si dilegua come una metafora? / Mostrami il frutto sfatto prima di essere colto, / e alberi che ogni giorno rinverdiscano!”. E ancora: “Se mai mi adagerò su un pigro letto in pace, / venga immediatamente la mia ora! / Se con lusinghe potrai tanto ingannarmi / che io mi compiaccia di me stesso, / se con il godimento ti riuscirà d’illudermi, / quello sia per me l’ultimo giorno!”. Quando Mefistofele dice: “Accetto!”, tu continui, andando a memoria: “Qua la mano! / Se dirò all’attimo: / Sei così bello, fermati! / Allora tu potrai mettermi in ceppi, / allora sarò contento di morire! / Allora suoni la campana a morto, / allora non dovrai servire più; / l’orologio si fermi, la lancetta cada, / e sia passato il tempo che mi è dato!”. Nella quasi notte che altèra ci assedia sovrana, ancora chiedi: “Cosa dice il buon Dio al diavolo nel Prologo in cielo?”. Io non riesco più a leggere ormai, vado a senso, incespico: “Poiché…finché cerca, l’uomo erra…un uomo buono nel suo oscuro impulso / è pur sempre cosciente della retta via”.
L’ombra dell’accadere cala improvvisa sui nostri volti e sulle voci rese sorde, scompigliando i tuoi fogli che iniziano a volteggiare e a rincorrersi nei corridoi del mondo o del sogno. Un nodo d’ansia si diffonde nella stagione e nella cupezza del mare in lontananza. Dove l’onda si frange e addenta la spiaggia, il buio trapuntato di prime stelle lascia intravedere una riva sassosa densa di gente, forse già morta. Mentre sento la lontananza farsi prossimità, dolore nella sostanza degli astri, onda d’urto contro il cardine di una porta o una frontiera, dispersione di un’orma riflessa sull’acqua, chiedo alla grande fascia d’aria calma su una strada franata: “È un abbraccio questo ponte?”. Poi alle linee delle tue care labbra: “Non siete già più di questo mondo?”. Tu sorridi, i capelli scomposti da chissà quale attraversamento o vento, il capo come piegato verso l’azzurrità di un segreto, dici: “Non sai? Ci sono tre tipi di uomini: i vivi, i morti e quelli che vanno per mare!”

(Maria Cristina Biggio)
Sassari, 28 luglio 2015

 

 

Angelo Mundula (Sassari, 16 gennaio 1934 – Sassari, 28 luglio 2015), ha pubblicato svariati libri di poesia: Il colore della verità (Rebellato 1969), Un volo di farfalla (Giardini 1973), Dal tempo all’eterno (Nuovedizioni Vallecchi 1979), Ma dicendo Fiorenza (Spirali 1982), Picasso fortemente mi ama (Nuovedizioni Vallecchi 1987), Il vuoto e il desiderio (Prova d’autore 1990), Per mare (Amadeus 1993), La quarta triade (con G. Bàrberi Squarotti e G. Gramigna, Spirali 2000), Americhe infinite (Spirali 2001), Vita del gatto Romeo detto anche Meo (Spirali 2005), Il cantiere e altri luoghi (Carlo Delfino Editore 2006). Tra le sue opere in prosa, ricordiamo: Tra letteratura e fede (Ed. Feeria 1998), L’altra Sardegna (Spirali 2003), Dialoghi. Scritti per un’idea di letteratura (Ed. Feeria 2011), L’infinita ricerca. In prosa e in poesia alla caccia di Dio (Ed. Feeria 2014). È presente in alcune prestigiose antologie italiane e in numerosi saggi: Letteratura italiana contemporanea (Lucarini 1982), Letteratura e lingue in Sardegna (Edes 1984), Le proporzioni poetiche (Laboratorio delle arti 1987), Poesia & C. (Zanichelli 1991), Gli anni ottanta e la letteratura (Rizzoli 1991), Letteratura delle regioni d’Italia (La Scuola 1992), La poesia religiosa italiana (Piemme 1994), Storia della civiltà letteraria italiana (Utet 1996), Yale Italian Poetry (Yale University 1997), Storia d’Italia. Le regioni d’Italia dall’unità ad oggi (Einaudi 1998), Reflexos da Poesia Contemporânea do Brasil, França, Itália e Portugal (Universitária Editora, Lisbona 2000), Il pensiero dominante (Garzanti 2001), Poeti italiani verso il nuovo millennio (Edizioni scettro del Re 2001), Itinerari poetici (Marna 2003), Parole di passo (Aragno 2003), Le confuse utopie (Sciascia 2003), Poeti cristiani del Novecento (Ares 2006), Strutture dell’immaginario (Rubbettino 2007), E’ morto il Novecento? Rileggiamo un secolo (Passigli editori 2007), Cristo nella letteratura d’Italia (Libreria Editrice Vaticana 2010). Tradotto in molti paesi europei, Mundula ha inoltre collaborato con i maggiori giornali italiani, con “L’Osservatore Romano” e con importanti riviste.

Un pensiero riguardo “Maria Cristina Biggio su Angelo Mundula

  1. grazie all’Autrice per il brillante, dotto, acuto, completo e profondo oltre che appassionato saggio.
    All’altezza di quello del più volte citato Renzo Cau.
    Per me, che sono stato amico fraterno e collega di studio di Angelo, per oltre quarant’anni, anche commovente .

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