Jul
8
2009
L’attualità di un’opera poetica, ci diceva Mario Luzi, è verificabile dal fatto che essa è ancora “in atto”, che la sua azione è ancora in svolgimento nel presente. Uno dei punti in cui è verificabile quest’affermazione sicuramente comlessa è l’opera dei poeti giovani: in quale misura e di quali autori riverbera l’opera di un maestro nella loro poesia? Ma, più semplicemente, ci si può chiedere quali poeti del passato i lettori continuino a cercare e a leggere, trovandovi non tanto, o non solo, la storia della letteratura (come può avvenire a scuola) ma una conoscenza antropologica e personale. A questo, speriamo, serve infatti quella antica e per ora ininterrotta meditazione sull’uomo che propone la parola della poesia.
Anche per evidenziare ciò che è “in atto” degli autori del passato, forse, torna frequentemente l’esprimersi della necessità di una rilettura della poesia del Novecento. Accade di continuo: nei nostri raduni redazionali, nelle conversazioni con amici poeti e scrittori, negli incontri cone insegnanti sensibili all’educazione alla poesia e con quegli studenti che continuano a rimanere affascinati dalla sua parola.
Rileggere il novecento, dunque. Non per la trita pretesa di trovarne il canone che, l’abbiamo capito, non ha molto senso. Ma proprio per sorprendere nel nostro percorso e per comunicare agli altri – scrittori o lettori – le poesie e i poeti che ancora agiscono nel nostro presente, direi soprattutto a livello di conoscenza antropologica. E’ una via che non abbiamo mai del tutto abbandonato, in realtà con “clanDestino”. All’inizio di questo nuovo anno, perciò, la riprendiamo con più vigore a comiciare dall’ampia intervista a Paolo Lagazzi su un poeta che sicuramente è ancora “in atto”, come Attilio Bertolucci.
Gianfranco Lauretano
Gianfranco Lauretano
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Mar
5
2009
Questo numero di clanDestino ha come nucleo tematico uno spunto che viene ripreso più volte nell’articolato intervento di Davide Rondoni su cinema e poesia, dove si dice tra l’altro in un passaggio esemplare: “Perché la visione sia una dimensione della vita – eccezionale e però anche normale, così che sia, insomma, apertura di cieli ma anche fango sotto le unghie, terra sotto i piedi – occorre che si intenda la vita e il mondo come una “scena”. Come un posto dove sta succedendo qualcosa. Dove un dramma è in corso. Pare scontato, ma non lo è. I più abitano il mondo senza nessuna percezione di tale scena, o solo a tratti e confusamente. Qui non capita niente da guardare bene. Una scena che è al tempo stesso abitata e offerta al punto di vista dell’uomo”.
Mi sembra molto opportuno ricordare che il rapporto visionario con il mondo – in cui l’immaginazione, essenziale strumento d’artista, gioca un ruolo importante come procedimento per la restituzione di una scena in atto – non sia scontato. Anzi, un vero e proprio sistema di distinzione estetica potrebbe guidarci a differenziare tra chi possiede una visione e chi no, magari portandoci drammaticamente a scoprire che il novero di coloro che non ne affermano l’esigenza è in crescita. Intorno a questo spunto perciò abbiamo imbastito una serie di letture di poeti, soprattutto della tradizione anglosassone (ma anche slava e nostra con un accento particolare per Pavese e il suo centenario dalla nascita) in cui questo senso della visione è attivo, fino alla creazione di una ipotesi che prima non esisteva e che è diventata quella di un popolo, come in Whitman.
Gianfranco Lauretano
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Dec
11
2008
Formalismo, nichilismo e solipsismo, questi sono i tre rischi, già totalmente attivi, che Tzvetan Todorov individua come i fattori di pericolo per la letteratura oggi. Formalismo; l’opera letteraria viene ormai rappresentata come un oggetto linguistico chiuso, autosufficiente, assoluto, per cui l’unico discorso che si può fare su di essa è la decostruzione della forma e l’individuazione della struttura esteriore. Nichilismo: gli uomini sono stupidi e cattivi, le distruzioni e le violenze svelano la verità della condizione umana e la vita è l’avvento di un disastro. Perciò non è più possibile pretendere che la letteratura non descriva il mondo: piuttosto che una negazione della rappresentazione, essa diventa una rappresentazione della negazione. Solipsismo: “Un atteggiamento compiaciuto e narcisistico, che induce l’autore a descrivere minuziosamente le sue più piccole emozioni, le sue più insignificanti esperienze sessuali, le sue più futili reminiscenze (…) Nichilismo e solipsismo letterari sono senza dubbio interdipendenti. Entrambi si basano sull’idea che una rottura radicale separa l’io e il mondo, in altre parole che non esiste un mondo in comune. Non posso sostenere che la vita e l’universo sono assolutamente insopportabili se non me ne sono preliminarmente escluso”.
Sono vent’anni che facciamo questa rivista, proprio perchè non è definitiva in noi e nei poeti che amiamo questa rottura tra io e mondo, denunciata da Todorov nel suo volume “La letteratura in pericolo” (Garzanti 2008), di fronte al quale vogliamo stare con l’attuale numero di clanDestino.
Gianfranco Lauretano
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Sep
2
2008
Editoriale
clanDestino più che un’azione letteraria un fatto antropologico. Non suoni altisonante o fuori luogo. E’ così. Per questo la rivista è durata oltre ogni previsione. Anche perchè questa non è, a differenza d’altre, una rivista neutra, gentile. Abbiamo radicato il nostro gesto letterario provinciale e tenace in una consapevolezza, non in una corrente. Gli uomini da sempre fanno cinque o sei cose: fanno l’amore, la guerra, si rivolgono a Dio, provano a darsi leggi. E fanno poesia, componendo le parole in modo diverso dall’abitudine per poter relazionarsi con il segreto della vita, per metterlo a fuoco. Accadrà sempre. clanDestino è una scheggia di questo movimento. Abbiamo difeso la poesia da ogni possibile e ricorrente riduzione a giochetto colto o a passatempo sentimentale. La poesia è l’antiretorica. Fare retorica sulla poesia è insopportabile. O meglio la poesia include forme di retorica del profondo, dell’abissale e del frammentario. E così serve anche a rivitalizzare la lingua.
E’ stato e sarà un lavoro appassionante, duro, senza premio se non quello della condivisione, che in arte è la cosa più rara e per più nutriente. Col tempo lo spirito con cui si fa clanDestino si è ringiovanito. Moriremo felici come bambini.
Davide Rondoni
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