Interventi
Cinema e poesia, una faccenda di visione
(di Davide Rondoni)
I
Ripetutamente, quasi ostinatamente, si avvicinano, si vorrebbero avvicinare i due nomi. Cinema, poesia. Quasi che l’una, che indica una meravigliosa e ormai espansa a confini amplissimi facoltà e tecnica del narrare umano non potesse, pur con tutti i suoi marchingegni, i suoi processi produttivi, le dinamiche economiche, gli interessi e le carriere, non voltarsi a cercare lei, la nuda ragazza della poesia. Che non ha nulla se non le parole. La cercasse, il cinema, detta pomposamente la nuova arte come se le arti potessero dividersi in vecchie e nuove, per poter dire di somigliarle, cavati tutti gli armamentari e gli orpelli, i magnifici marchingegni e le sottigliezze economiche ed elettroniche.
Ma il loro accostamento, che spesso affiora, come se cinema e poesia si cercassero lungo il secolo e poco più della vita dell’invenzione francese e universale, come se per tutto il secolo, in modi diversi lui non avesse fatto che cercare lei, o ad averne nostalgia, a sognarla in nuovi sogni, ecco l’accostamento se può esserci, a che livello, a che punto può avvenire perchè sia un incontro reale e non un vacuo aggettivarsi o un vanissimo, impalpabilissimo influenzarsi ? – poichè è evidente che un poeta la cui vita è abitata dal cinema ne sarà influenzato e identicamente a un regista la cui vita ha consuetudine con la voce dei poeti.
Addirittura ci fu, e fu Buuel, chi fece un film per una polemica poetica. Ovvero Le chien andalou era un film-manifesto contro la poesia della generazione spagnola del 27, di Lorca, Alberti etc, in favore di aperture al surrealismo che veniva da Parigi. O D’Annunzio svenò la Duse per immaginare non più solo il grande teatro totale wagneriano e antiwagneriano di Roma ma anche per il cinema. E i futuristi ne furono affascinati. Se Cocteau vedeva nel cinema un veicolo naturaliter di poesia, Eisenstein lo vedeva come ideogramma che rende compresenti parola e immagine. Di altre febbrili, geniali, strampalate riflessioni tra cinema e poesia darò cenni tra un poco. Innanzitutto però va preso atto che il cinema sorge e dilaga proprio nell’epoca in cui maggiormente va in crisi la visione e in cui se ne avverte di più mancanza ed esigenza. E su questo tornerò più avanti, ma a questo chiodo sta appeso tutto. Il carsico ma mai seccato accostamento tra cinema e poesia (di quanti film o registi sentiamo dire che sono capaci di poesia) trova qui la sua fonte e la reale ragione. Nulla hanno in comune il cinema e la poesia. Non solo per la complessità diversa, l’una tutta interna alla parola e alle sue formidabili prove e tensioni, l’altra esorbitando in faccende di budget, di evoluzioni tecnologiche e nelle varie dinamiche del lavoro di equipe.
Ma c’è una diversità sostanziale, a mio avviso: la poesia è una faccenda antropologica, il cinema una forma. La differenza è quindi di natura, e due nature sono accostabili ma non confondibili, non assimilabili. Si badi, non si tratta di fare nè classifiche nè distinzioni di valore, ma di natura. La poesia appartiene da sempre alla vita degli uomini, che nella loro confusa e lunga storia hanno per sempre composto le parole poeticamente. Sì, cinque o sei cose le abbiamo sempre fatte: l’amore, la guerra, certi accordi per convivere, cercato luoghi e segni del sacro. E sempre abbiamo avuto l’esigenza di disegnare o di dire, componendo parole in modo inconsueto, il mistero dell’apparire delle cose e della vita. Dire poetando o narrando o raffigurando il mondo, metterlo a fuoco attraverso le parole. La poesia, come accensione e tensione delle parole secondo quanto ne testimoniano nei loro scritti tutti i grandi, da Dante a Ungaretti – è dunque una facoltà permanente dell’uomo, una attitudine naturale che lo segna e qualifica. Mutano stili e supporti (seppure nemmeno tanto), ma il gesto compiuto dal diciottenne che domani si accingerà a comporre in mente o sulla carta una poesia simile a quello di Shakespeare o dei più lontani antenati appena dotati di parola. In questo senso la poesia, l’uso poetico della lingua è un dato antropologico. Come l’amore, il senso del mistero, la lotta per la sopravvivenza, e la raffigurazione.
Il cinema invece è una forma del narrare. Più ancora che una raffigurazione, come invece sono pittura, scultura e le arti plastiche nel loro sviluppo, il cinema è una speciale, raffinatissima, evoluta e complessa forma del narrare che si è arricchita nel tempo di stupefacenti risorse tecnologiche e di infiniti rapporti con tante aree del sapere. Ma, in ogni caso, è forma di una urgenza antropologica,pari a quella del poetare, il narrare. Dunque le relazioni tra cinema e poesia sono da cercare come tra realtà che stanno su piani diversi. A un livello dunque che non potrà avere, se non incidentalmente, conseguenze squisitamente formali, salvo il fatto che essendo l’arte una le sue forme e i suoi fondamenti sono in continua tensione reciproca. Ad esempio, Jorge Luis Borges, uno dei grandi poeti e narratori che si trovò a fare anche il critico cinematografico, tendeva davanti ai propri occhi febbrili e ciechi un arco che arrivava dal western alla poesia: sosteneva infatti intorno al 1984 che il cinema holliwoodiano, specie quello western- avesse salvato l’epica. E avesse così richiamato anche la poesia a quelle proprie origini che stanno nei grandi poemi epici.
II
Dunque il rapporto più interessante che cinema e poesia possono avere, sia nella genesi dell’opera di un artista, sia nella loro pubblica condivisione e discussione, è nel tendere entrambi a dare uno spazio di visione, di ricerca della visione all’uomo contemporaneo. Non la visione dei filosofi. Non quella dei politici. Ma quella esistenziale, che può anche nutrirsi e ferirsi di esperienze di visione mistica. O di sogno. E che in un oggetto nota come diceva un grande scultore italiano- la quarta dimensione, il mistero.
La visione non è una idea. O meglio lo è nel senso etimologico che fa derivare la parola dal termine greco del vedere. Intendo con visione non una fuga in altri mondi immaginari, nè la sola capacità di sognare o la facoltà di produrre immagini. Queste sono capacità e facoltà che nell’uomo non andranno mai in crisi, ma che, paradossalmente, in un’epoca che manca di visione possono diventare armi contro se stesso.
Intendo – e per ora basti- quel livello dell’esperienza normale che è al tempo stesso apertura speciale di comprensione del reale. Modo di guardare eccezionale e normale al tempo stesso. Quella cosa che quando c’è rende un artista tale e differente da un altro. Un uomo differente da un altro nell’investire di sguardo e conoscenza le cose della vita. Non l’opinione su questo o quel particolare della vita o della storia, ma il tipo di sguardo che tende a vedere l’inclinazione del mondo, di cosa sono fatte le cose e le persone, e dove vanno, abbracciando l’intera esistenza. Senza la visione di un orizzonte e senza la percezione e il giudizio del legame e della posizione dei particolari rispetto a tale orizzonte, si vaga nella via come ubriachi, sbattendo tra cose e fatti, senza riconoscere il proprio viaggio. E si finisce per misurare come gigantesche cose che sono minuscole, o avvicinare cose di dimensione che non c’entrano l’una con l’altra: la vita si imbambola, si stordisce sbattendo a vanvera, se manca il senso dell’orizzonte e del nesso tra particolare e infinito, se manca la visione come metodo elementare di esperienza (il che è più eversivo della visione intesa solo come eccezione, come eccesso). Ma, su cosa è per me visione, tornerò dopo. Il fatto che in molti hanno espresso con mancanza di visione è la maggiore povertà tra le tante che affliggono l’uomo a diverse latitudini- l’uomo contemporaneo. Di tale povertà è intessuto il gelido meraviglioso sfarzo dei racconti di Kafka, o la fame di Joyce, o di Pound. E tra i primi certo Baudelaire ne sentiva la necessità, soffrendone la possibile perdita. E dopo di lui è Rimbaud, alla ricerca della visione addentrandosi nella Stagione all’Inferno?
Tra i tanti ricordo due scrittori del Novecento, diversissimi tra loro, come Alvaro Mutis e Flannery O’Connor. Ma è nelle parole di un poeta che trovo espressa questa urgenza. Al culmine di un dialogo in versi in cui si confrontano due modi di concepire l’esistenza umana, una materialista e l’altra più attenta alle esigenze dell’anima, troviamo:
La nostra conversazione prosegue tra sofferenze crescenti.
Quando dici che sempre si soffre per un’essenziale trasformazione,
e che l’uomo si desterà infine nella profondità del suo lavoro più duro
oh, come hai ragione,
io credo tuttavia che luomo soffra soprattutto per mancanza di visione.
(Karol Wojtila, 1952)
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