clanDestino IV, 2008
Questo numero di clanDestino ha come nucleo tematico uno spunto che viene ripreso più volte nell’articolato intervento di Davide Rondoni su cinema e poesia, dove si dice tra l’altro in un passaggio esemplare: “Perché la visione sia una dimensione della vita – eccezionale e però anche normale, così che sia, insomma, apertura di cieli ma anche fango sotto le unghie, terra sotto i piedi – occorre che si intenda la vita e il mondo come una “scena”. Come un posto dove sta succedendo qualcosa. Dove un dramma è in corso. Pare scontato, ma non lo è. I più abitano il mondo senza nessuna percezione di tale scena, o solo a tratti e confusamente. Qui non capita niente da guardare bene. Una scena che è al tempo stesso abitata e offerta al punto di vista dell’uomo”.
Mi sembra molto opportuno ricordare che il rapporto visionario con il mondo – in cui l’immaginazione, essenziale strumento d’artista, gioca un ruolo importante come procedimento per la restituzione di una scena in atto – non sia scontato. Anzi, un vero e proprio sistema di distinzione estetica potrebbe guidarci a differenziare tra chi possiede una visione e chi no, magari portandoci drammaticamente a scoprire che il novero di coloro che non ne affermano l’esigenza è in crescita. Intorno a questo spunto perciò abbiamo imbastito una serie di letture di poeti, soprattutto della tradizione anglosassone (ma anche slava e nostra con un accento particolare per Pavese e il suo centenario dalla nascita) in cui questo senso della visione è attivo, fino alla creazione di una ipotesi che prima non esisteva e che è diventata quella di un popolo, come in Whitman.
Gianfranco Lauretano