Sep 27 2013

Alba Donati

Una tensione etica e civile che si affida a un uso dispiegato e, a tratti, euforico della lingua e del verso non estraneo tanto alle più cristalline e stentoree testimonianze liriche di Ferlinghetti e Ginsberg quanto alla dolorosa, ma indomita pensosità di Pasolini; una tenerezza di affetti familiari e di fiducia nel lascito intellettuale e umano di letterati della grandezza di Garboli, Pampaloni, Bigongiari, Baldacci, Siciliano e altri, rievocati e rimpianti in versi di composta e non retorica commozione; una paesaggistica, geografica, cronachistica concretezza di ambientazioni e immagini (soprattutto il trasognato borgo lucchese appenninico di Luciginana) che dà forza a un dettato lirico desideroso di affratellarsi ai lettori, più che di ammaliarli: nella nuova raccolta di poesie, Idillio con cagnolino (Fazi editore, pp. 90, euro 15,00), la toscana Alba Donati conferma l’originalità del proprio cammino espressivo, testimoniata nei precedenti libri La repubblica contadina (1997) e Non in mio nome (2004). Un cammino espressivo estraneo a qualsiasi traccia post-simbolistica, anzitutto: nelle poesie di Idillio con cagnolino, come in quelle delle altre raccolte, le metafore e le suggestioni di linguaggio e metrica hanno poco rilievo; il tema di fondo, in Alba Donati, non è il mistero in senso metafisico, quello che montalianamente avvolge l’apparire delle cose e che si avvale di uno stile allusivo e talvolta oscuro, dando voce al desolato e disperato distacco tra io e mondo, ma il mistero in senso religioso, quello dostoevskijanamente riferito all’inspiegabile esistenza del male, che dà voce al tormento del cercare innocenza raramente trovandola, negli altri come in se stessi. Un mistero che, tanto nell’implicita e assordante domanda che da sempre lo accompagna – unde malum? –, quanto nell’unica e antillettualistica risposta che, dopo il Golgota, ne deriva – la fraternità –, urge di essere comunicato, ancor più che espresso; e comunicato – così riesce a fare la Donati – con la nettezza dello spezzare del pane. Un tema di fondo che, con inesausta vitalità interiore, viene continuamente, in quello che dovrebbe essere il suo inevitabile esito – l’angoscia –, oltrepassato dalla Donati grazie alla stupenda celebrazione di una quotidiana gioia di vivere: come, ad esempio, in due struggenti liriche in cui la poetessa si rivolge alla figlioletta: «Contro il capitalismo» («Siamo ricchi: abbiamo un pesce rosso / un cucciolo di cane e tanti libri»…) e «Meridiani» («La sera ti guardo dormire: / la bellezza degli occhi meridiani / adesso chiusi e la bocca-parola / che respira lentamente»…). Ma l’angoscia viene superata, ancor più fortemente, tramite un’istanza di giustizia che ha la pura, perentoria grazia di una dichiarazione d’amore: così, in particolare, nello straziante e intensissimo poemetto «Pianto sulla distruzione di Beslan» (…«Sui tubi azzurri del riscaldamento, / le impronte rosse delle mani / è ciò che resta di Soslan Tighiev: / 14 anni, fucilato e buttato dalla finestra / dell’aula di scienze»…). Un libro, dunque, ricco di emozioni vere, idee forti e argomenti ben definiti, «Idillio con cagnolino»; e non privo di ironia, a partire dall’insolito titolo, intelligentemente e pudicamente depistante rispetto alla drammatica materia umana che maggiormente lo anima nel segno della volontà di credere nelle cose che non hanno un prezzo, e che danno un senso alla vita.

Emilio Zucchi


Sep 26 2013

E la colpa rimane

Lisi doveva dirlo. Insomma doveva al culmine di una sincerità poetica ed esistenziale che lo brucia, nonostante le quiete apparenze di medico cittadino, di mai esibita eleganza etnea, dire di qualcosa che sopravvive alla menzogna, al tradimento. Insomma, doveva, e senza pudore, dire e farci immergere con lui, in queste poesiette apparentemente lievi e di peso specifico invece immane, dove ogni visione scheggia la pupilla, brucia l’iride tanto da cambiare, da doverlo regolare su un più in là misterioso (quello misericordioso di Rebora, o quello sperduto di Montale?) in un disastro, in una casa dove tutto crolla e però dove “l’amore immediato rimane”.

C’è una oscillazione tra la spudoratezza del diario personale e il pudore o meglio l’alterità dal biografico sempre annesso al dire poetico. È a questo livello, precedente e pur tutto lì riversato nel testo che si gioca la speciale tensione di questo libro di Lisi.

Il quale non sembra preoccupato di nulla, se non di dire appunto la verità. Non del diario, ma della vita, che come diceva Jacopone nella poesia indicata da Ungaretti come quella forse più bella mai scritta, coincide con “amore muto” ovvero l’amore dicibile solo poeticamente. Lisi lo fa, e sa bene che l’amore non è il luogo senza colpa, non è un sentimento incontaminato. Ma la continua emergenza di qualcosa di immediato in tutta la materia scontata del vivere, i difetti, le mancanze, le ferite. Ci sono momenti di visione, di sospensione nel buio di stanze, in parcheggi, dinanzi a minimi spettacoli della natura. La forza della poesia di Lisi non nasce da nessun credito assodato precedentemente. Da nessuna esibita appartenenza territoriale – così frequente in poeti nati alle sue latitudini – né in omaggi a linee poetiche di tendenza, se pur l’asciuttezza del dettato e il nitore metaforico fanno pensare a certi poeti di area o ascendenza milanese che devono essere nella sua biblioteca. Così questo libretto ben introdotto da Francesco Napoli, critico, vigile e laborioso, ci dona una nuova prova di poeta forte e concentrato sull’essenziale. Come occorre adesso, in un tempo che ai poeti, almeno a loro, non chiede l’intrattenimento o l’illusione, ma il vero, trovato nel silenzio con le parole.

Davide Rondoni

 

Paolo Lisi, E la colpa rimane, Passigli poesia.


Sep 16 2013

rivista clanDestino 1-2/2013

clandestino

 

 

virginia

allegato al 1-2/2013 di clanDestino,

Lettere a un giovane poeta di Virginia Woolf

 

“Si rigenera nel silenzio l’appuntamento”

 

sommario

 

Poesia

Primo piano

• “Le trame del mondo”

alcune note su poesia e conoscenza in Franco Loi

di Massimiliano Mandorlo

• Rosita Copioli – La parola che sottostà al segno

di Sarah Tardino

• Nevio Spadoni – Fiat lux

di Gabriele Amadori

Internazionale

• “Le nuove avanguardie” – Panoramica sul mondo della poesia

contemporanea americana

di Federico Pacchioni

• Rumi e Dervishi – Desiderio dell’Amico – Gialal ad-Din Rumi

di Stefano Salvi

Tesi di Laurea

• “Il sentimento della luce in Antonia Pozzi”

di Athayde Maria Grassi

Argomenti

• “Non sparate su chi si scusa” – Giorgio Caproni oggi

di Benedetta Panieri

• Trasumanar per verba

di Massimo Morasso

• Dell’ispirazione poetica

di Marco Marangoni

A scuola di letteratura

• Come spiegare il pessimismo storico e cosmico di Leopardi?

di Giovanni Fighera

• Dare voce al silenzio

di Stefano Maldini

Poesia contemporanea / inediti

• Roberta Sireno

• Erika Reginato

• Pierangela Rossi

Taccuino di poesia

• Eugenio Vitali – Le sabbie del sole

di Nevio Spadoni

• Tiziano Broggiato – Città alla fine del mondo

di Gianfranco Lauretano

• Enrico Fraccacreta – Mademoiselle

di Gianfranco Lauretano

• Simone Zanin – Ultima notte alla collina di Megiddo

di Edmondo Busani

 L’ammazzacaffè

• di Francesca Serragnoli

 Under 21

• Bestia di gioia – Mariangela Gualtieri

letta da Margherita Galassi

 Intervista

• Alberto Sinigaglia – La cultura come motore per andare

di Nadia Scappini

 Narrativa

Primo piano

• Mo Yan e l’estetica della guerra

di Antonella Berni

 Canone del Novecento

• “Non c’è umanità del lavoro senza libertà”

Note su La chiave a stella di Primo Levi

di Giuseppe Mosconi

Salotto letterario

• Romain Gary – La promessa dell’alba

di Marina Sangiorgi

La bottega dell’editore

• Nino Pedretti – Grammatiche

di Walter Raffaelli

• L’Almanacco di poesia

Lettere a clanDestino

 


Sep 16 2013

La Malaspina stupefatta di Maurizio Cucchi

È bambino, è vecchio, è realista e stupefatto. È un materialista inquieto. È un chirurgo delle parole e delle visioni. Il nuovo libro di Maurizio Cucchi è un pugno di terra di scavo, di lavori stradali, un segno di follia trattenuta, anzi di più, accettata, ammansita negli occhi. È un libro coraggioso in mezzo a troppa poesia ombelicale e vecchissima. Ci chiama “animali”, ha una religio della natura e una considerazione rovinosa degli uomini – pochi come lui danno il senso di rovina della vita attuale in certi quadri memorabili. Tocca la sconcezza con la delicatezza di parole che la irradiano dalla pagina alla mente. La sua religio della natura e della materia è nutritissima di letteratura e di filosofia, ma più di tutto inchiavata in un’infanzia qui messa in scena con timida voluttà e mestizia. Messa in scena infine di sé totale, se pur come sempre dentro maschere rintracciate nella storia (perché per M. C. esiste solo la storia, immenso bacile e cloaca e pozzo), il libro cerca di cartolina in cartolina, di lampo di memoria in lampo, e di intrusione di presente nel passato un segno memorabile (in corpi di uomini e di alberi, in strade e muri e lavori – e sì mi accomuna a M. C. questa passione e pure disperazione edile della vita e della poesia, ma cosa edifica, o segna come possesso, l’uomo se il Signore non edifica con lui? Canta il salmo).

 

Facevo di corsa il ballatoio

innamorato dell’esplorazione

già minima, eppure inesauribile.

Davo un’occhiata alle finestre estive,

alla vaschetta dell’acqua contro il muro,

sbirciavo il poggiolo dei Mainardi,

e lei, che rimagliava le scorlère,

fino al sordido buco della vecchia,

povera diavola nei suoi pidocchi,

povera Angiolina sdraiata sui lastroni.

 

Un libro pastoso e raggelante, costruito con sensibilità musaica sui ritmi oggi più attuali dello sconcerto senza emozione esibita, e del disincanto, “Malaspina” nel suo titolo e in certe pieghe cela una dolcezza stremata e sul punto di rinascere, a cui il poeta pare voler gettare (come nella ultima furente visionaria e potente poesia) un sigillo bestiale e oscuro. In questo senso, proprio l’immagine finale m’ha convocato davanti D’Annunzio e la poesia per i suoi cani, dove paragona l’uomo che fa guardia alla sua vita come a un cane del nulla. E a costo di mille incomprensioni – ma non credo da parte di M. C., ironico e acuto come pochi altri letterati circolanti – trattengo qui per la manica il fantasma del vate prezioso e tragico per dire che il borghese e tragico Cucchi adempie per la generazione sua e successiva quella stessa funzione di com­pimento ed esaurimento. Ci sono poeti infatti a cui è dato in sorte di soffrire un’epoca, e lo fanno spesso da posizioni laterali. Altri invece, come D’Annunzio e Cucchi non stanno nel riparo, ma nel vivo corpo dell’epoca e ne sentono il polso e i battiti segreti del cuore. Come apparve scandaloso al perbenismo salottiero e “produttivo” lo show tragico dannunziano, ora può destare scandalo – ma sordo, a denti stretti – in questa nostra epoca “sentimentaloide” e astratta, come capì Pasolini, questo filare di Cucchi radente i muri, gli scavi, le umanità dimesse e degne, o le tragedie senza clamore, la sua consegna a un’impura animalità cosciente. E capita a lui di compiere e forse esaurire – nonostante non manchino emuli ed epigoni – le potenzialità di tale poetica oggi. La poetica del tragico contemporaneo. Raggiungendo quel che in video, in opera d’arte, in istallazioni e persino in disegni e fumetti sotto le luminarie esiste e pulsa e latra. Interamente tragico e interamente affabile, lontano dalle scontrosità di superficie, contro gli imbronciati professionisti e i lievissimi impostori. La sua pietà intera e misurata per la “povera Angiolina sdraiata sui lastroni” vale mille dei patetici proclami in versi e in prosa “per un mondo più giusto” che ammorbano la cosiddetta letteratura etica – il più delle volte brutta.  E poche poesie in giro arrivano alla totale e radiale immaginazione tragica di questa che chiude la raccolta.

 

Ormai precipitava nel vulcano

della sua terra e aveva nelle orecchie

quel rumore di lava che trabocca

orribile in eruzione, o forse

era il mondo stesso in esplosione

definitiva. E lui cadeva, dentro

una foresta, cadeva… Urlò,

a un tratto, come se gli alberi

si avvicinassero a stringerlo,

chinati su di lui, pietosi.

 

E a questo punto qualcuno,

con un’enorme risata oscena,

gli tirò dietro, in fondo al burrone,

un cane morto.

 

Una poesia che ha il coraggio di svelare i pensieri di molti cuori, i quali sentono il disfarsi e il venir meno, dove l’unica resistenza è “l’affabilità” nel cui segno si apre il libro come spazio in cui essere tremendamente sinceri. In un’epoca che fa dell’astrazione, della mancanza di fisicità reale il suo stigma e violentissimo vanto, M. C. canta l’attrito della materia, le cartelle ruvide di cuoio, i compressori, i mestieri, le irriducibilità a pensiero di oggetti e azioni. E le stesse ironie misurate, le aperture di stupori, le citazioni presenti in momenti chiave del libro, nascoste (e poi dichiarate con onestà), la politura dei termini sono gli elementi di una composizione misuratissima e aperta che fanno dire a Bertoni, in nota, l’esser questo libro una voce “profonda e originale”. Ma se di profondità e originalità si tratta, è appunto per l’aver percorso le possibilità intere d’una attuale poetica del tragico materiale, dell’affabilità letteraria e dell’onore della lingua considerata tra gli altri lavori umani, che si aprivano dietro alle figure di alcuni maestri (da Sereni a Giudici, da Raboni a Neri). In anni – non va dimenticato – in cui quei sentieri venivano giudicati da molti occlusi o terminali. M. C. invece prese a percorrerli con il gesto forte del suo primo libro e poi indagando, aprendo laterali, senza temere oscurità ed empasse. E ora ha compiuto il passo per il quale chi scriverà come lui – non importa se più o meno bravo – sarà un epigono. Di certo, tutti i lettori e i poeti che non hanno paura del reale, che non lo censurano dietro ideologie o spiritualismi, che non hanno vergogna della carne e della passeggiata, del mutare e degli scontri, e che non temono la sospensione pensosa e il tatto curioso, possono trovare incanti, sfregi in petto, e nutrimenti nel libro di M.C., come uno strano plancton offerto con gesto brusco, milanese. Con gli occhi già via, senza nemmeno attendere i ringraziamenti.

 Davide Rondoni

 

(Maurizio Cucchi, Malaspina, Mondadori.)