Apr 2 2013

clanDestino III e IV, 2012 – “Si accorciano le ombre sul mio viaggio”

clanD 3 e 4-2012La più recente pubblicazione della serie Nuovi poeti italiani, nella collana della “bianca” di Einaudi curata da Giovanna Rosadini nel 2012, comprende 12 poetesse femminili. Non vale la pena stare a discutere sul merito delle autrici, alcune delle quali indubbiamente valide, anche se mescolate ad altre di nessuna caratura: è il criterio che non convince. Cosa significa l’essere femminile dal punto di vista critico? L’introduzione della curatrice non convince: fornisce la solita informazione di tipo sociologico per cui le donne finalmente nel Novecento si sono fatte avanti in letteratura, cosa che sappiamo già, fa un minimo elenco di poetesse e antologie e poi passa in rassegna la sua scelta, in realtà debolmente. Sì, ma perché un’antologia femminile? Nella sua recensione sull’inserto culturale del Corriere della Sera Roberto Galaverni avanza una facile obiezione: la poesia non ha aggettivi, quindi neanche “femminile”. Si ripete qualche settimana dopo, recensendo un’antologia di semisottobosco di poesia omosessuale (ebbene sì) ribadendo che la poesia non è neppure omo o etero. Eppure forse proprio il paio di recensioni galaverniane può suggerire la risposta: morto lo splendido dibattito poetico del Novecento, disgregatosi in rivoli non dialoganti di marcescenza ideologica la comunità poetica italiana, finita in pratica l’intelligenza critica di rintracciare i fili della tradizione, si cercano nuovi criteri critici nel pensiero e nel dibattito di moda oggi. Così il tema dei temi, ciò intorno a cui si arrovella il dibattito politico, culturale e religioso odierno, l’argomento finale, l’unico che ormai risveglia l’interesse di una società sempre più “foule”, la massa cieca di baudelairiana memoria, il sesso, la sessualità, l’omosessualità, l’eterosessualità, diventa un criterio critico letterario: l’appartenenza a un sesso o una sessualità guida la scelta dei curatori. Non lo dico per fare una boutade: in epoche di crisi antropologica, in cui vengono a mancare giudizi e categorie dell’umano, ci si attacca a quello che si può, ed è il caso della nostra epoca. La conclusione è facile: occorre tornare all’intelligenza, rischiando di essere in pochi. In fondo, per sintetizzare al nocciolo la questione, la critica letteraria si riduce a ciò che un uomo intelligente dice di un libro, come dice Gomez Dàvila. Tutto il resto non è letteratura.

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino – allegato al n° 3 e 4, 2012

cop Mille Parole

Racconti di MilleParole 2012

Mille Parole è il Concorso letterario che Raffaelli Editore dedica al racconto inedito. In questo libro sono pubblicati i dieci finalisti dell’edizione 2012 con i loro racconti fatti di mille parole.


Oct 19 2012

Firenze, 27 e 28 ottobre: due giorni di clanDestino sull’esperienza della poesia

“Poetare e Conoscere sono lo stesso movimento”

La rivista clanDestino organizza due giorni a Firenze con incontri e letture, aperitivi e riflessioni sull’esperienza della poesia.

Siete tutti invitati a partecipare!

PROGRAMMA: 2 giorni clanDestino:PROGRAMMA


Sep 22 2012

clanDestino II, 2012 – “Povere mie parole. Stracci, o frecce di sole?”

Forse la crisi non è affatto globale. D’accordo, ci saranno ripercussioni planetarie di certi eventi macroeconomici o finanziari, crolli e risalite che rimbalzano dalle borse asiatiche a quelle americane, infilzando l’Europa, e quant’altro di una materia, quella dell’economia, che ormai avvertiamo stucchevole al solo parlarne e che sta diventando astratta forse anche per gli stessi “esperti” – o tecnici -, che vediamo blaterare sugli schermi o sulle pagine dei giornali con il dubbio sempre meno segreto che non capiscano nulla neppure loro. Ma, a parte ciò, la crisi umana, l’impasse antropologico che la vecchia Europa sta vivendo e che le permette con avanzante difficoltà di costruire e sperare nel futuro, temo che non riguardi affatto gli altri. In quasi tutte le nazioni della terra, ad esempio, i giovani sono la maggioranza – da noi i vecchi; ci sono in giro per il mondo idee, rivoluzioni, guerre (giuste e ingiuste) e progresso e curiosità e stupore che noi non ci sogniamo neanche. Nei paesi che emergono con più velocità – Cina, India, Brasile – accanto a contraddizioni ancora enormi, violenza, sacche di miseria, è possibile ai giovani, a chi vale ed ha talento, lavorare e progredire. E questo vale benissimo anche per la letteratura che (non ci stanchiamo di ripeterlo) non è una riserva indiana dove virtuosi fuori dal tempo conservano una purezza altrove perduta, ma specchio molto fedele della società in cui è prodotta. Per questo da noi girano sempre gli stessi nomi e le stesse riflessioni – ormai ridotte a chiacchiere – si fanno le stesse riviste (Alfabeta 1, 2 poi, chissà, 3, 4 e avanti così) si museificano i giovani facendone le antologie prima ancora che abbiano scritto, combattuto e pubblicato e per accedere alle case editrici e vincere i premi una buona capacità di pubbliche relazioni è più importante del vero talento letterario. Noi però non ci stanchiamo: in questo numero continuiamo il giro del mondo documentando un’iniziativa di poesia internazionale svoltasi in India, pubblichiamo giovani di valore, sia come poeti che come critici, non dimentichiamo i nostri maestri, tra i quali Giorgio Caproni, nel centesimo anniversario della nascita.

Gianfranco Lauretano

 

 


Jun 15 2012

clanDestino I, 2012 – “Dalla parola antica alla parola nuova”

La crisi che sta contrassegnando questi mesi, in maniera che pare irrimediabilmente sempre più acuta, ha tra le sue conseguenze più profonde quella di portarci a fissare nell’aspetto economico il cuore della vicenda, fino al significato dell’esistenza e del lavoro. Per questo le scelte che in tutti i campi si stanno facendo sono dettate dalla convenienza; si opera, si produce qualcosa solo se conviene, per il resto è tutto un discorrere di tagli, di risparmi – di licenziamenti. Deriva da ciò anche il tragico fenomeno dei suicidi per dissesti finanziari o perdita dell’impiego, suicidi che (con tutto il rispetto dovuto ai destini personali e a quanto di più prezioso e drammatico si muove nel cuore dell’uomo) rivelano ancora una volta come il senso della vita fosse stato fissato nella riuscita economica. Potremmo dire, senza ironia, che l’Italia è in questo senso all’avanguardia: in nessun luogo, come da noi, il crollo di questo significato attribuito all’agire quotidiano sta prostrando, fiaccando e portando a clamorose rinunce di prospettiva. Accade la stessa cosa in ambito editoriale, soprattutto per ciò che riguarda la poesia: molte collane di poesia delle case editrici maggiori chiudono o vengono fortemente ridimensionate, strumenti storici (si pensi all’Almanacco dello Specchio Mondadori o all’Annuario di Manacorda-Febbraro) cessano le pubblicazioni, perché non conviene all’editore. In contemporanea un controcanto di lamentazioni si leva da poeti, scrittori, critici sull’asfissia del momento e la mancanza di spazi di ascolto. Eppure. Forse siamo sognatori, ma il momento è anche promettente e aperto a inedite potenzialità di ricerca e scrittura. Il vuoto lasciato dal crollo delle ideologie e dalla rarefazione delle idee, può far sentire una vertigine dovuta alla mancanza di schemi e riferimenti che permettevano (forse) di scegliere ed individuare i valori, ma consente anche la libertà per una possibilissima ripartenza, più ampia. Basta la curiosità di cercare e leggere, aprendosi a tutto il nuovo e alle voci che imprevedibilmente possono giungere, da qualsiasi parte del mondo, come si fa in questo numero su cui, in primo piano, abbiamo messo la fiorente poesia messicana di oggi.

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino – allegato al n° 1, 2012

Dei settantaquattro modi di chiamarti

di Anna Ruotolo (vincitrice del Premio Poesia clanDestino 2011)


Mar 20 2012

clanDestino IV, 2011 – “Zephiro torna, e il bel tempo rimena”

 

Il vero fondamento della Repubblica italiana non è probabilmente il primo articolo della Costituzione, ma il secondo. Il primo articolo, infatti, non è per nulla chiaro: cosa significa che “l’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”? Come si fa a fondare qualcosa sul lavoro? Si può? Il lavoro è uno strumento di costruzione, come può essere un valore ideale, un principio, un fondamento etico? Bisognerebbe forse specificare cosa intendiamo per “lavoro”, spiegazione che l’articolo 1 dimentica di dare. Ma l’articolo 2 è splendido: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità…”. Sottolineiamo quei due verbi, riconoscere e garantire, e gli ambiti a cui si applicano: al singolo e alle formazioni sociali. C’è da esserne fieri: poche repubbliche al mondo hanno sottoscritto un articolo con tali straordinarie implicazioni e potenzialità di sviluppo. Ora cerchiamo di applicare questo articolo alla letteratura. Il luogo “ove si svolge la sua personalità” sono le nuove opere letterarie: i romanzi, le raccolte di poesia, gli studi, ambiti singoli e sociali insieme, perché un autore è sempre un individuo che crea, ma ciò che crea è frutto del rapporto con la realtà in cui vive e ad essa, alla lettura, è destinato. Possiamo dire che queste nuove opere, soprattutto quelle dei giovani (e in Italia ci stiamo lamentando molto della chiusura ai giovani, i quali hanno poche possibilità e, se possono, se ne vanno all’estero) siano riconosciute e garantite? Innanzitutto, chi lo deve fare? Chi è la Repubblica, in questo caso? Direi l’università, nella fattispecie le facoltà letterarie. Ora, è quasi pleonastico chiedere se quei due verbi vengano applicati da chi insegna alla facoltà di Lettere e riceve lo stipendio dalla Repubblica. Ognuno risponda per conto suo, per quel che mi riguarda penso che gran parte dei docenti universitari di lettere siano anticostituzionali. Invece cose nuove e pregevoli avvengono nella letteratura d’oggi, specialmente nella recente poesia italiana. “Zephiro torna”, diceva Petrarca: proprio così.

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino – allegato al n° 4, 2011

Il romanzo italiano nel Novecento (1900-1945)

a cura di Gianfranco Lauretano

 


Nov 28 2011

clanDestino III, 2011 – “Carlo Bo (1911-2011) e il tempo dell’Ermetismo”

Ermetismo, fu vera gloria? Nel centenario (quasi) dimenticato della nascita di Carlo Bo, siamo tornati a sfogliare le pagine di un’epoca della poesia italiana che, se come “scuola” (e tale fu, con alle spalle un poderoso esercito critico – da Serra a Cecchi, da Gargiulo a De Robertis, Solmi, Falqui, Ferrata, Contini…), si può situare in un ventennio preciso, 1925-45 con al centro gli anni Trenta, come influenza abbraccia un tempo più vasto. Anzi, alcuni dei caratteri fondamentali della poesia ermetica durano probabilmente tuttora, con buona pace dei voltatori di pagina a oltranza. Per ricordarceli prendiamo le parole di uno dei tanti studiosi, Giuseppe Petronio, la cui sintesi è degli anni Ottanta: “Lo scrittore (ermetico) scrive in modo da trasferire il lettore dalla realtà in un mondo di mito: con l’insistenza su poche, sempre uguali parole; con la scelta accurata di parole ritenute “musicali”; (…) con il ricordo frequente a un tono sentenzioso ed epigrammatico; con l’uso (spesso un abuso: lo confessa Ungaretti) di forme ellittiche e pregnanti”. La prevalenza della musica, vale ricordarlo, viene dal vero padre degli ermetici, spesso misconosciuto a favore dei francesi, cioè Dino Campana, il quale aveva affermato che le sue poesie erano “effetti musicali” o, altrove, “note musicali”; e che il compito massimo del poeta fosse quello di scavare una forma compiuta, unica, concentrata e ricca di significato è condensato bene dall’espressione “moralità della forma” che usa Sergio Solmi. Eh sì, ci sono stati nel cuore del Novecento e ci sono persone che scrivono poesie le quali ritengono di assolvere ai loro doveri verso la storia, gli altri uomini e, probabilmente, verso Dio scrivendo buoni versi. E la storia, poi, registra una sostanziale assenza dei poeti verso di essa, proprio a cominciare dall’epoca ermetica, che fu in controtendenza rispetto a quelle precedenti. Veramente Oreste Macrì afferma il contrario: l’ermetismo fu il movimento più “europeo” della letteratura italiana; in tutti i casi è difficile non registrare una distanza siderale tra lettori e poeti, mai come ai livelli di oggi, che sia o no colpa dell’ermetismo (ma forse, un po’, sì). Rimane la domanda: è poi cambiata così tanto la situazione della poesia italiana dagli anni Trenta a oggi?

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino – allegato al n° 3, 2011

Maria Maddalena e altri inediti, di Federico García Lorca

Versione italiana con testo a fronte a cura di Piero Menarini


Jul 26 2011

clanDestino II, 2011 – “Vorrei dirti di una luce che non va mai via”

Nel medioevo chi viaggiava di città in città (mercanti, religiosi, viaggiatori di vario tipo…) recava con sé, in forma di racconto, notizie e novità degli avvenimenti di cui veniva a sapere. Questa è probabilmente l’origine della novella, diventata nei secoli un genere letterario: una sorta di giornalismo orale, spesso abbellito con particolari fantastici e perfino trascendentali, oppure molto terreni e concreti. Il raccontare divenne, in un arco di tempo neppure troppo esteso, una vera e propria arte, come dice Kundera a proposito del romanzo, e il punto di focalizzazione di questo processo può essere considerato l’opera di Boccaccio. Che ne è oggi dell’arte del racconto? A che punto siamo? La difficoltà degli editori a pubblicare raccolte di racconti, congiunta ad un apprezzamento del pubblico poco favorevole sembrano suggerire una difficoltà di questo genere; ma è proprio così? Mentre impaginiamo questo numero arrivano addirittura in edicola iniziative che indicano l’opposto, come quella del Corriere della sera che ha deciso di accludere periodicamente proprio un racconto “a un euro”, informandoci, mercoledì 1 giugno, che “oggi si preferisce questo genere alla storia classica” e che per il racconto “ormai è svanito quel certo senso di inferiorità rispetto al romanzo”. La cosa è discutibile, anche perché gli autori coinvolti ad hoc in questa iniziativa vengono dal romanzo leggero di questi anni, di cassetta, spesso mutuato dalla televisione: Roberto Saviano (che ormai dobbiamo puntualmente beccarci, come l’influenza annuale), e, addirittura, Fabio Volo e Daria Bignardi! Se la rinascita del racconto italiano deve passare da questi nomi, forse occorrerà attendere ancora un po’. Senza perdere la speranza, però. Ecco perché, accanto al tema dei racconti (e ad un’antologia di esempi che proponiamo, ritenendola migliore di quella del Corrierone) partiamo con l’opera di Claudio Damiani, uscita l’anno scorso con una antologia che ne ripropone il percorso e che continua la nostra riflessione sulla poesia del 2010.

Gianfranco Lauretano


May 9 2011

clanDestino I, 2011 – “Una fertile permanenza dell’amore”

L’istituzione della poesia come “ente” è un portato romantico che continua tutt’oggi, persino rinvigorito. Ma, come credo commenterebbe uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Massimo Morasso, si tratta di una lettura tralignata del Romanticismo – almeno di quello iniziale, che fu opera di un gruppo ristrettissimo di scrittori, aventi in Novalis l’emergenza poetica esemplare. Un’altra ottima poetessa, Francesca Serragnoli, aggiungerebbe che la Poesia con la P maiuscola è solo un nome proprio collettivo, il modo di designare con un’aura di rispetto l’insieme delle poesie riuscite dei poeti insigni. La poesia come entità non esiste, altrimenti sarebbe una divinità. Di tutte le critiche che si possono fare a “clanDestino” e a chi lo scrive (alcune pubblicate anche su questo numero) non c’è sicuramente quella della mescolanza tra letteratura e religione. Il percorso della poesia dal Romanticismo in qua ha certamente portato a scoperte assai importanti, legate ad esempio ad una straordinaria fioritura stilistica e ad uno svincolamento portentoso delle potenzialità della parola poetica, come conseguenza della libertà raggiunta dai vincoli metrici della tradizione. Ma ha condotto anche all’istituzione della poesia come ente autonomo (e sempre più autoreferenziale): ne fa fede la critica che Mengaldo, nella sua antologia della poesia del Novecento, fa a Betocchi, laddove ne denuncia la debolezza nel basare la consistenza, anche estetica, della sua opera su campi esterni al poetico. La crescente centralizzazione della parola accomuna simbolismo ed ermetismo, persino le varie ondate dello sperimentalismo con le posizioni dei poeti nati negli anni ’50 e attivi dagli ’80. La nuova arcadia del ’900 è la Parola; ma l’arcadia, si sa, col tempo è stucchevole ed illeggibile. L’unico arcade che ancora leggiamo è Juan de la Cruz, che nei commenti alle proprie poesie rimandava lo scioglimento della loro metafora ad un campo esterno, appunto, al poetico. (continua nella prima pagina)

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino - allegato al n° 1, 2011

Anabasi, di Saint-John Perse

a cura di Maria Luisa Vezzali – traduzione di Rossella Pedone

Libro vincitore, per la lingua francese, della prima edizione del concorso di traduzione DROMOS.


Mar 4 2011

clanDestino IV, 2010 – “L’onere della leggerezza”

Forse, morto Calvino, è morta anche la narrativa italiana, anzi, l’ha uccisa lui, e non solo per aver scritto Il castello dei destini incrociati, dove si tenta goffamente di mettere in atto la morte del romanzo, quanto perché, come dice Massimo Morasso in questo numero, egli va in Sudamerica (e in Francia) a cercare la sua ispirazione; direi, la sua tradizione. Uscendo dal paradosso, anche per non sopravvalutare il già troppo valutato Calvino, rimane il fatto che la narrativa, dopo gli anni Ottanta, appare, se non defunta, gravemente tramortita. Tra i fattori della mancanza di opere valide sta il degrado di gusto e l’avidità di chi sceglie (e impacchetta) i romanzi per la grande editoria, unita a quella dei docenti delle facoltà di lettere, spesso boriosi grassatori di stipendi statali. Crisi più grave se si pensa che la narrativa italiana aveva una robusta tradizione di autori sintonizzati con la migliore narrativa europea ed americana, le cui opere erano tradotte e apprezzate anche all’estero. Cos’è successo allora, in Italia? Si deve pur ammettere, infatti, che la narrativa non è affatto in crisi in America, in Europa orientale e occidentale, persino nei paesi arabi o in Estremo Oriente, dove fioriscono tuttora autori che sanno raccontare il presente ai loro lettori, più curiosi dei nostri. Ciò che i dirigenti, i “calvinisti” editoriali ed accademici hanno dunque provocato è una rottura con una tradizione che c’era, dimenticando la peculiare identità di valori, di storia, di fede, di idealità politiche e sociali, di costruzione che modellavano il nostro ben distinto e ammirato carattere (“Italia, maestra di umanità” dice ancora qualcuno nel mondo) e, persino, lo sviluppo drammatico, ma affascinante, della lingua nazionale: oggi i giovani scrittori leggono ed imitano solo gli autori stranieri, col risultato di scrivere in un italiano al grado zero, quasi il prodotto di un maldestro traduttore dall’inglese.

Gianfranco Lauretano

Biblioteca di clanDestino – allegato al n° 4, 2010

Poesia Presente. In Italia dal 1975 al 2010, di Francesco Napoli

Francesco Napoli (1959), è critico letterario, consulente editoriale e giornalista. Ha pubblicato numerosi saggi sulla poesia italiana contemporanea in riviste specializzate quali “Prospettive Settanta”, “Otto e Novecento”, “ClanDestino”, “Atelier” e “Poesia”.


Dec 21 2010

clanDestino III, 2010 – “La semina d’odio del Novecento”

Némirovsky, Hillesum, Céline, Mandel’sˇtam, Camus… quanti scrittori del Novecento e di oggi sono stati toccati dall’odio? Qui presentiamo solo un piccolo campionario di una schiera di testimoni che con la loro opera attestano la semina di odio del secolo scorso e che non sembra cessare oggi. In modo apparentemente inspiegabile il progresso della scienza, la diffusione di modi di vita più progrediti e del benessere (ancorché tuttora privilegio di una minoranza), l’estendersi della democrazia e dei diritti civili ha visto parallelamente il dispiegarsi di un odio inedito tra i popoli e all’interno di ogni società, di ideologie estese e distruttive, uno scatenamento di male e di violenza che non ha pari in epoche precedenti, checché qualcuno possa affermare, a torto,che un certo “tasso” di male sia sempre esistito; ma a questi livelli, no! Pare che una volontà caparbia e maligna si sia scatenata da più di cent’anni contro una stoffa, un intreccio di rapporti e relazioni che hanno permesso all’umanità, attraverso un cammino di millenni non privo di arretramenti e immani sofferenze, di giungere agli strabilian­ti progressi degli ultimi decenni. Come al solito gli scrittori più dotati documentano in modo acuto la situazione contemporanea: quante opere sulla crisi del rapporto col mondo, sulla perdita dell’umano, sull’impossibilità di rompere l’estraneità che ci divide, sul male di vive­re… e quanti scrittori, addirittura, suicidi… Questo dato di fatto, accet­tato come tale e neppure più messo in discussione, rimane in realtà misterioso: perché non possiamo più distinguere il bene? Perché siamo ormai intrisi di un vasto senso di decadenza? Non è affatto di tutti i tempi, anzi, e non è affatto normale. La risposta relativista, che si ammanta della retorica della libertà e del rispetto della verità altrui (per carità, sacrosanta), è un’opzione da codardi, da chi è sterile e non ha ultimamente più nulla da tramandare. La nostra tradizione, il nostro passato sono grandi e gloriosi. Ma noi, cosa siamo diventati?

Gianfranco Lauretano